Giacomo Leopardi a Bologna: Il Soggiorno Del 1825 Con L'Editore Stella, I Salotti Di Strada Maggiore E L'Epistola a Carlo Pepoli
È la sera del 27 marzo 1826. All'interno delle sale illuminate dai candelabri dell'Accademia dei Fervidi, nel cuore pulsante di Bologna, il silenzio scende improvviso sul fruscio delle vesti di seta e sul mormorio dell'aristocrazia cittadina. Al centro dell'attenzione siede una figura minuta, avvolta in un abito scuro che sembra troppo pesante per l'inizio della primavera, con lo sguardo insieme timido e penetrante. [Giacomo Leopardi](https://www.treccani.it/enciclopedia/giacomo-leopardi_(Dizionario-Biografico)/), a ventisette anni, dispiega con dita nervose i fogli vergati a mano e prende la parola. Non intona un elogio d'occasione né un sonetto encomiastico, come imporrebbe il cerimoniale accademico. La sua voce, roca ma incisiva, scandisce versi sciolti di una modernità vertiginosa rivolti all'amico e vicepresidente del consesso, il conte Carlo Pepoli: *"Questo affannoso e travagliato sonno / Che noi vita nomiam..."*. Fuori, la pioggia batte regolare sui coppi e rimbalza sui lastricati d'arenaria protetti dai lunghi portici felsinei; dentro, per la prima volta davanti a un pubblico colto e cosmopolita, il poeta recanatese certifica in versi la morte definitiva delle illusioni giovanili e l'approdo irrevocabile all'indagine filosofica dell'«arido vero».