Umberto Eco a Bologna: La Prima Cattedra Di Semiotica Del 1975, La Nascita Del DAMS E La Rivoluzione Umanistica Nel Novecento Universitario
Il Contesto Storico: L'Invenzione del DAMS e la Prima Cattedra di Semiotica
Quando Umberto Eco viene chiamato a insegnare all'Alma Mater Studiorum di Bologna nei primi anni Settanta, la città di Bologna è il baricentro politico e intellettuale di un'Italia in rapida e traumatica trasformazione. Da un lato vi è il solido modello amministrativo emiliano, fiero custode della propria identità civica e cooperativa; dall'altro, l'ateneo fondato nel 1088 si trova investito dalla deflagrazione della scolarizzazione di massa e dalle istanze di rinnovamento radicale sollevate dal Sessantotto.
In questo clima di fermento istituzionale prende forma un'impresa pedagogica senza precedenti nel panorama europeo. Nel 1971, all'interno della Facoltà di Lettere e Filosofia guidata da un ellenista visionario e anticonformista come Benedetto Marzullo, nasce il DAMS (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo). L'obiettivo è dirompente: abbattere la rigida compartimentazione gentiliana che da decenni relega le arti visive, il teatro, il cinema e la musica a saperi puramente tecnici o a passatempi corporativi, privi di dignità accademica.
Marzullo intuisce che per compiere una simile rivoluzione serve una squadra di intellettuali eterodossi, capaci di coniugare il rigore filologico con la sensibilità per le avanguardie. Chiama a raccolta figure destinate a segnare la storia culturale italiana: il critico d'arte Renato Barilli, il drammaturgo e regista Luigi Squarzina, l'etnomusicologo Roberto Leydi, lo scrittore Gianni Celati e, soprattutto, Umberto Eco. Quest'ultimo ha già pubblicato nel 1962 Opera aperta e nel 1968 La struttura assente, saggi che hanno scosso l'ambiente strutturalista internazionale dimostrando come la cultura di massa, l'informazione televisiva e i linguaggi visuali siano sistemi di significazione complessi e degni di indagine scientifica.
Il punto di svolta teorico e istituzionale si consuma nel 1975. In quell'anno, presso l'Università di Bologna, viene istituita per Umberto Eco la prima cattedra ordinaria di Semiotica al mondo. La disciplina, fino ad allora dispersa tra riflessioni linguistiche, ricerche antropologiche e frammenti filosofici, riceve la sua definitiva consacrazione accademica. Nello stesso 1975 Eco pubblica il monumentale Trattato di semiotica generale, una summa enciclopedica in cui formalizza la teoria dei codici e la teoria della produzione segnica, unificando la tradizione strutturalista europea di Ferdinand de Saussure e Algirdas Julien Greimas con il pragmatismo filosofico e la dottrina dei segni dell'americano Charles Sanders Peirce.
Bologna diventa così il laboratorio planetario della disciplina. Dai seminari bolognesi nascono collaborazioni con pensatori come Roman Jakobson, Jurij Lotman e Thomas Sebeok. La città funge da crocevia per una generazione di giovani studiosi — da Paolo Fabbri a Omar Calabrese, da Patrizia Violi a Ugo Volli — che trasformano l'analisi dei segni in uno strumento affilato per decodificare il presente.
Tuttavia, il laboratorio bolognese non vive in una torre d'avorio. Nel marzo del 1977, la città esplode nelle manifestazioni del Movimento del Settantasette. Il DAMS si ritrova al centro dell'occhio del ciclone: gli studenti occupano gli istituti, la creatività situazionista e i linguaggi radiofonici pirati di Radio Alice si scontrano con la violenza di piazza e la dura repressione poliziesca. In questo scenario drammatico, Eco difende strenuamente l'autonomia della ricerca critica, invitando a decostruire i dogmatismi ideologici con le armi della lucidità semiotica e dell'ironia epistemologica. Da questa immersione nella dialettica tra testo, contesto e interpretazione vedrà la luce nel 1979 Lector in fabula, l'opera fondamentale in cui Eco indaga il ruolo cooperativo del lettore nella costruzione del senso del testo.
Il Patrimonio Visibile Oggi: Una Topografia Semiotica a Bologna
La presenza di Umberto Eco e l'epopea della semiotica hanno lasciato tracce indelebili nel tessuto urbano e architettonico di Bologna. Chi oggi percorre il centro storico con lo sguardo attento del detective culturale può ricostruire un itinerario materiale e simbolico di straordinario fascino.
- Via Zamboni 34 e 38 (Istituti di Lettere e Filosofia): Il cuore pulsante dell'avventura accademica di Eco. Qui si trovavano le aule storiche dove si tenevano i celebri seminari del mercoledì. Camminare lungo il porticato di Via Zamboni significa calcare il selciato su cui intere generazioni di studenti hanno discusso di teoria dell'enunciazione, retorica visiva e critica dei mass media prima di entrare nelle aule affrescate dell'Ateneo.
- Via Marsala 26 (Palazzo Paleotti e la Scuola Superiore di Studi Umanistici): Nel 2000, Umberto Eco corona il suo progetto istituzionale fondando la Scuola Superiore di Studi Umanistici (SSSUB), concepita come un collegio di alti studi destinato a dottorandi e visiting professor internazionali. Oggi l'edificio ospita il Centro Internazionale di Studi Umanistici "Umberto Eco", punto di riferimento globale per la ricerca avanzata che custodisce archivi, memorie e la biblioteca semiotica dello studioso.
- I Portici di Bologna: Riconosciuti come patrimonio mondiale dall'UNESCO, i quasi sessantadue chilometri di portici bolognesi rappresentavano per Eco il prolungamento naturale dell'aula universitaria. Era sotto queste volte che il professore proseguiva le discussioni con colleghi e allievi, incarnando una dimensione peripatetica e conviviale del sapere in cui il confine tra l'alta speculazione teorica e il dialogo quotidiano si dissolveva naturalmente.
- La Biblioteca Salaborsa in Piazza del Nettuno: Spazio civico restituito alla città nel 2001, con la sua piazza coperta e i resti archeologici romani visibili sotto la pavimentazione di cristallo. È qui che Eco tenne memorabili lezioni magistrali aperte al pubblico cittadino, celebrando il valore inestimabile del libro cartaceo e della memoria vegetale contro i rischi dell'amnesia digitale.
Personaggi e Storie Umane: Il Magistero del Dubbio e il Rito della Tesi
Dietro la monumentalità delle cattedre universitarie e dei trattati accademici, il lascito più profondo di Eco risiede nella straordinaria dimensione umana e pedagogica del suo insegnamento. Per oltre tre decenni, la vita accademica bolognese è stata scandita dal rito settimanale del suo seminario di ricerca avanzata.
Non esistevano cattedre distanti o monologhi autoritari. Eco pretendeva che gli studenti e i giovani ricercatori presentassero relazioni su problemi concreti e apparentemente marginali: la struttura narrativa di un canto dei trovatori provenzali, la semantica di una barzelletta, il funzionamento della menzogna nel linguaggio politico o i codici gestuali delle cerimonie religiose. Con la sua inseparabile ironia, il professore insegnava a smontare i congegni del testo con la precisione di un orologiaio svizzero.
Un episodio emblematico della sua etica educativa è legato alla genesi di un volumetto destinato a diventare un long-seller mondiale: Come si fa una tesi di laurea, pubblicato da Bompiani nel 1977. In piena contestazione studentesca, mentre infuriava il dibattito sulla dequalificazione dell'università di massa, Eco decise di scrivere una guida pratica, rigorosa e accessibile per insegnare a qualsiasi studente — anche a chi proveniva da contesti non agiati e non disponeva di una ricca biblioteca familiare — come reperire le fonti, costruire uno schedario, evitare il plagio e condurre un'indagine critica autonoma.
«Fare una tesi significa imparare a mettere ordine nelle proprie idee e nei propri dati: è un'esperienza di lavoro rigoroso che serve per tutta la vita, a prescindere dall'argomento scelto.»
Numerosi testimoni dell'epoca ricordano le cene che seguivano i seminari nelle trattorie del centro storico, tra Piazza Verdi e Via delle Belle Arti. Davanti a un piatto di tagliatelle al ragù e a un bicchiere di Sangiovese, la conversazione passava senza soluzione di continuità dalle sottigliezze logiche di Guglielmo di Ockham alle strisce dei Peanuts. In quegli scambi informali si plasmò un'intera scuola di pensiero che avrebbe colonizzato i dipartimenti di comunicazione e semiotica di tutto il mondo.
Il Connubio tra Medievalismo Enciclopedico e Pop Culture
Il legame intellettuale tra Umberto Eco e Bologna poggia su una profonda affinità elettiva: la sintesi tra l'anima enciclopedica medievale dell'Alma Mater e la vocazione all'indagine d'avanguardia sui media contemporanei.
Da un lato, Eco è stato uno dei massimi studiosi novecenteschi dell'estetica medievale, un campo di studi avviato con la sua tesi di laurea su Tommaso d'Aquino all'Università di Torino sotto la guida di Luigi Pareyson. La Bologna delle grandi biblioteche, dei manoscritti miniati e dei dottori di diritto rappresentava il terreno d'elezione per la sua concezione dell'enciclopedia come rete infinita di saperi interconnessi. Dall'altro lato, la città iperattiva del secondo Novecento offriva il terreno ideale per sperimentare l'analisi critica della società dei consumi, della televisione e della cultura popolare.
Nel 1980 questa duplice matrice intellettuale converge in un'opera destinata a rivoluzionare la letteratura contemporanea: il romanzo storico Il nome della rosa. Ambientato in un'abbazia benedettina del XIV secolo, il libro è al tempo stesso un giallo deduttivo, una summa di teologia medievale e un magistrale trattato semiotico sulla natura dei segni, dell'interpretazione e del riso. Il protagonista, Guglielmo da Baskerville, non è che la trasfigurazione narrativa del semiologo bolognese: un investigatore che legge le orme nel fango, decifra codici cifrati e mette in guardia contro i fanatici che possiedono un'unica, incontestabile verità.
Risonanza Contemporanea: L'Eredità Viva nella Bologna di Oggi
A distanza di decenni dalla nascita del DAMS e dall'istituzione della cattedra di Semiotica, l'eredità di Umberto Eco non è un reperto da museo, ma una componente vitale del DNA urbano e accademico di Bologna.
Oggi il Dipartimento delle Arti (DAR) e il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell'Università di Bologna continuano a essere tra i più prestigiosi centri di ricerca internazionali nello studio dei linguaggi visivi, del cinema, delle scienze cognitive e delle culture digitali. Il Dottorato Internazionale in Semiotica, inaugurato da Eco per creare una rete di eccellenza sovranazionale, accoglie ogni anno ricercatori provenienti da tutti i continenti per indagare le nuove frontiere del senso: dagli algoritmi di intelligenza artificiale alla semiotica dello spazio urbano, fino ai nuovi regimi della post-verità nelle piattaforme digitali.
L'impronta di Eco si riflette anche nella straordinaria vivacità editoriale e culturale della città. Dalle rassegne internazionali promosse dalla Fondazione Cineteca di Bologna ai festival della filosofia e della comunicazione, la città continua a vivere secondo la lezione del suo maestro più celebre: l'idea che la cultura non sia un canone immobile da venerare passivamente, ma una macchina interpretativa viva, aperta e in perenne dialogo con le contraddizioni del presente. Come documentato nel profilo critico dell'Enciclopedia Treccani, il magistero di Eco ha ridefinito le coordinate dell'umanesimo contemporaneo, saldando indissolubilmente il suo nome alla storia millenaria della città delle due torri.
Il Fatto Sorprendente: La Biblioteca Mentale e il Segreto dell'Aedificium
Il Fatto Sorprendente
La pianta della biblioteca-labirinto de Il nome della rosa fu calcolata durante le lunghe sedute di esame a Bologna.
Durante le interminabili sessioni estive di esami orali nella Facoltà di Lettere di Via Zamboni, mentre ascoltava con pazienza le risposte degli studenti, Umberto Eco riempiva fogli di brutta copia con disegni geometrici, calcoli millimetrici e mappe di edifici fortificati. Fu proprio su quei fogli d'esame bolognesi che nacque la planimetria ottagonale dell'Aedificium e del suo labirinto librario, ispirato tanto al labirinto della Cattedrale di Reims quanto alla disposizione enciclopedica del sapere teorizzata nei suoi corsi di semiotica. Inoltre, quando gli chiesero perché avesse deciso di ambientare il romanzo nel Medioevo, Eco rispose con una battuta tipicamente bolognese: «Conosco il Medioevo di prima mano, come conosco la mia cucina. Se avessi dovuto ambientarlo nell'Ottocento, avrei dovuto fare ricerche storiche; per il Trecento avevo già tutto schedato nei cassetti della mia memoria universitaria».