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STORIA E PATRIMONIO DI BOLOGNA

Torre Prendiparte: I 59 Metri Della Coronata, L'Ingegneria Difensiva Medievale E Il Carcere Arcivescovile Del Settecento a Bologna

*Seconda per altezza soltanto all'Asinelli, la «Coronata» svetta da quasi nove secoli nel cuore di Bologna. Nata come macchina da guerra e simbolo di potenza per una delle famiglie più influenti della fazione guelfa, fu trasformata nel Settecento in carcere arcivescovile per sacerdoti ribelli. Viaggio tra conci di selenite, graffiti carcerari e vertigini medievali.*
Punto Chiave / Sintesi
Essential takeaway summary for Torre Prendiparte: I 59 Metri Della Coronata, L'Ingegneria Difensiva Medievale E Il Carcere Arcivescovile Del Settecento a Bologna.

1. Apertura Narrativa — Una notte di fiamme e ferro nel cuore della Turrita

È una notte senza luna del maggio 1274. Sotto i tetti serrati di una Bologna spaccata in due dall'odio fazionario, l'aria sa di polvere di gesso, fumo di torce e zolfo. Dalla sommità della torre dei Prendiparte, a quasi sessanta metri d'altezza, le vedette scrutano l'abisso delle strade buie: verso est, oltre il reticolo di vicoli che circonda San Donato, le dimore fortificate dei ghibellini Lambertazzi sono un tripudio di grida, ferro battuto e bagliori d'incendio. Il podestà ha perso il controllo del comune; i Geremei, capitani della parte guelfa, hanno dato l'ordine di snidare i rivali casa per casa, torre per torre.

Sulla terrazza della torre, protetta dalla caratteristica risega merlata che i bolognesi chiamano la «corona», un manipolo di balestrieri al soldo del nobile Prendiparte carica i verrettoni. Il vento che scende dai colli soffia gelido tra le feritoie, portando l'eco cupa delle campane a martello della cattedrale di San Pietro. Da questo nido d'aquila di mattoni rossi e blocchi ciclopici di selenite, la vista domina ogni accesso a Porta Sant'Adalgisa e alla piazza del mercato. La torre non è soltanto una dimora o un rifugio: è una catapulta verticale, una fortezza inespugnabile progettata per scagliare pece, sassi e piombo fuso su chiunque osi violare l'isolato della consorteria. Quando l'alba rischiara il profilo della selva turrita bolognese — un paesaggio irreale di oltre cento fusti che sfidano le nuvole — la bandiera dei Prendiparte garrisce intatta contro il cielo, mentre in basso la città conta i suoi morti e si prepara all'esilio in massa della fazione sconfitta.


2. Il Contesto Storico — Nobiltà di sangue, guerre di fazione e la corsa al cielo

Per comprendere l'origine della Torre Prendiparte — nota fin dal Medioevo con l'appellativo di Coronata — occorre calarsi nella vertigine urbanistica e sociale della Bologna del XII secolo. In quell'epoca di straordinaria espansione economica e demografica, catalizzata dalla nascita del prestigioso Studio cittadino (la celebre Alma Mater Studiorum - Università di Bologna), la città conobbe una trasformazione morfologica senza pari in Europa: la proliferazione delle torri gentilizie.

Le famiglie dell'aristocrazia consolare e feudale non costruivano torri per semplice vezzo estetico o per allargare lo spazio abitativo. La torre rappresentava una triplice necessità: 1. Presidio militare e cassaforte familiare: in un'epoca priva di un apparato di polizia statale, la sicurezza del lignaggio era delegata alla capacità di auto-difesa. 2. Postazione tattica d'offesa e avvistamento: dall'alto era possibile colpire i tetti dei palazzi rivali con macchine d'assedio montate sulle altane. 3. Simbolo visivo di egemonia politica ed economica: più alta era la torre, maggiore era il capitale, il potere contrattuale e il numero di armati che la consorteria poteva schierare nel consiglio cittadino.

In questo scacchiere urbano si distinse la famiglia dei Prendiparte, casata di purissima fede guelfa ascesa ai vertici della vita pubblica fin dal 1150. Fedeli alleati dei Geremei nella sanguinosa faida contro i ghibellini capeggiati dai Lambertazzi, i Prendiparte parteciparono attivamente alla guida del Comune medievale, esprimendo consoli, ambasciatori e capitani d'armi. La costruzione del loro mastio urbano, eretto presumibilmente intorno al 1154 nell'odierna Piazzetta Sant'Alò, rispondeva a una strategia urbanistica precisa: sbarrare l'accesso ai quartieri nord-occidentali e controllare i flussi commerciali e militari a ridosso della prima cerchia muraria di selenite.

La rivalità tra Guelfi e Ghibellini non era una mera contesa ideologica tra papato e impero, ma una guerra civile quotidiana combattuta a colpi di barricate, incendi dolosi e imboscate nei vicoli. La cronaca medievale bolognese, consultabile nei fondi documentari custoditi dal Comune di Bologna, testimonia come la Prendiparte fosse considerata tra i baluardi più sicuri dell'intera cerchia urbana. Quando nel 1274 i Lambertazzi vennero definitivamente cacciati dalla città con la proscrizione di oltre dodicimila cittadini, la torre dei Prendiparte rimase a testimoniare la vittoria irreversibile della fazione guelfa, ergendosi come uno dei monumenti più imponenti dell'intero skyline emiliano.


3. Ingegneria costruttiva e caratteristiche strutturali: L'anatomia della «Coronata»

La Torre Prendiparte si eleva oggi per 59,50 metri, attestandosi con orgoglio come la seconda torre medievale superstite più alta di Bologna, superata soltanto dalla titanica Torre degli Asinelli (97,2 metri) e nettamente più alta della compagna mozza Garisenda (47 metri). La sua conservazione strutturale pressoché impeccabile la rende un caso di studio fondamentale per l'archeologia dell'architettura medievale italiana.

Il basamento ciclopico in selenite

Alla base dell'edificio, l'ingegnere duecentesco affrontò il problema primario della statica: scaricare al suolo un peso di diverse migliaia di tonnellate su un terreno alluvionale argilloso. La risposta fu l'adozione di un massiccio zoccolo a gradoni rivestito con conci squadrati di selenite (gesso microcristallino a grandi scaglie, estratto dalle cave gessose dei vicini colli bolognesi della Gaibola e di San Lazzaro). Questa pietra, morbida da tagliare ma resistente alla compressione e all'umidità del suolo, costituisce la firma geologica dell'edilizia bolognese d'età romana e altomedievale.

La muratura a sacco e lo spessore differenziato

La struttura verticale è realizzata con la tecnica della muratura a sacco: * Paramenti esterni ed interni: cortine di mattoni pieni in laterizio cotti ad alte temperature, allettati con malta di calce aerea e sabbia di fiume. * Nucleo interno: riempimento a getto di ciottoli fluviali del Reno, frammenti di laterizio di scarto e malta grassa idraulica.

Alla base, le pareti raggiungono uno spessore straordinario di circa 2,80 metri. Salendo di piano in piano, la muratura si assottiglia progressivamente attraverso riseghe interne, riducendosi a circa 0,85 metri in prossimità della cella sommitale. Questo accorgimento diminuiva sensibilmente il baricentro dell'opera e il carico sui piani inferiori, conferendo al fusto una notevole flessibilità elastica contro i sismi.

Le buche pontaie e l'ingegneria del cantiere

Lungo la canna esterna della torre sono chiaramente visibili le serie allineate di buche pontaie, i fori quadrangolari lasciati dalle travi lignee degli orizzontamenti di cantiere. Tali alloggiamenti non servivano solo alla costruzione originale: in tempo di guerra venivano utilizzati per ancorare pontili volanti in legno aggettanti (bertesche o balvesche), dai quali i difensori potevano esercitare la difesa piombante tramite caditoie, riversando liquidi bollenti e proiettili alla base senza esporsi al tiro dei nemici.

Il coronamento sommitale: l'origine del toponimo

La particolarità architettonica che rende unica la Prendiparte rispetto alle altre superstiti bolognesi è la netta risega sommitale situata a circa cinquanta metri dal suolo. A questa quota, il fusto rettangolare subisce un arretramento perimetrale di circa cinquanta centimetri per lato, creando una cornice marcapiano a gradino che simula una corona regale. Questo terrazzamento intermedio ospitava originariamente una merlatura difensiva coperta e un ballatoio di ronda, prima che la sommità venisse riadattata a terrazza panoramica a cielo aperto.


4. La Riconversione Settecentesca: La Prigione Arcivescovile del Cardinale Lambertini

Con il declino politico della famiglia Prendiparte e la loro estinzione nel ramo principale, la torre passò attraverso diversi proprietari, tra cui la famiglia Fabbrerie e i nobili Bentivoglio, fino a pervenire nelle disponibilità patrimoniali della Mensa Arcivescovile di Bologna alla fine del XVI secolo.

La svolta funzionale più radicale e suggestiva avvenne nel 1727. Il cardinale arcivescovo di Bologna Prospero Lambertini — mente giuridica tra le più raffinate dell'Illuminismo cattolico, che nel 1740 sarebbe salito al soglio pontificio con il nome di Papa Benedetto XIV (Treccani) — decise di trasformare la torre in carcere ecclesiastico.

La Chiesa bolognese necessitava di un luogo sicuro, discreto e inaccessibile per la custodia e la correzione di sacerdoti, frati, chierici e laici colpevoli di infrazioni al diritto canonico o di reati contro la morale: * Eresia dottrinale e lettura di testi proibiti dall'Indice; * Simonia, falso in atti sacramentali e concussione clericale; * Rottura dei voti di castità, concubinato clandestino e libertinaggio; * Rifiuto dell'obbedienza all'ordinario diocesano.

Sotto la direzione dell'architetto della curia Alfonso Torreggiani, gli interni della torre vennero riconfigurati in dodici piani sovrapposti, collegati da rampe di scale in legno di rovere massiccio. I piani intermedi (in particolare il terzo, il quarto e il quinto) furono trasformati in celle d'isolamento e camerate di detenzione, dotate di porte ferrate con spioncini e pesanti catenacci.


5. Epigrafia Carceraria e Microstoria: La Voce dei Prigionieri Incisa nel Muro

Tra le mura della Prendiparte, il tempo della reclusione settecentesca non è svanito nel nulla: si è fatto pietra, inchiostro, sangue e carbone. I restauri condotti con rigore filologico hanno portato alla luce un corpus straordinario di epigrafia carceraria, una testimonianza tangibile e commovente di microstoria quotidiana.

Sui muri intonacati a calce delle celle dei piani terzo e quarto, decine di religiosi reclusi hanno lasciato traccia indelebile della propria sofferenza. Analizzando queste iscrizioni con metodologia paleografica e archeologica, emergono tre macro-categorie espressive:

1. I calendari della disperazione

File di trattini incisi con punte di chiodi o fibbie di metallo, raggruppati di sette in sette per tenere il conto delle settimane di prigionia al buio o alla fioca luce di una lucerna a olio. Accanto a essi, date precise che coprono l'intero arco del XVIII secolo: spiccano gli anni 1732, 1748, 1765, fino alle soglie della calata napoleonica del 1796.

2. Le invocazioni spirituali e i salmi penitenziali

Scritte in un latino ecclesiastico talvolta forbito, talvolta contaminato dal dialetto bolognese:

«Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam» (Salmo 50)
«In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum»

Accanto ai testi compaiono disegni a sanguigna e carboncino raffiguranti ostensori eucaristici, cuori fiammeggianti trafitti da spade, la Vergine di San Luca e complesse croci del Calvario con i simboli della Passione (la lancia di Longino, la spugna imbevuta d'aceto, la scala, i tre chiodi).

3. L'amarezza, l'autodifesa e la denuncia della solitudine

Alcuni sacerdoti vollero affidare alle pareti la propria memoria, protestando la propria innocenza contro calunnie curiali o maledicendo l'invidia dei confratelli: * «Hic jacet captivus innocens presbyter...» (Qui giace prigioniero un sacerdote innocente...); * Iscrizioni satiriche in rima contro il vicario arcivescovile e la severità delle pene detentive; * Nomi, cognomi e parrocchie d'origine tracciati con calligrafia cancelleresca, a testimonianza di uomini colti abituati a maneggiare la penna, ridotti a graffiare il gesso per non impazzire nel silenzio claustrofobico della torre.


6. Il Patrimonio Visibile Oggi: Guida per il Detective Storico

Chi visita Bologna oggi e desidera esplorare le vestigia dell'epoca turrita deve allontanarsi dai consueti itinerari turistici di Piazza Maggiore e perdersi nel dedalo medievale retrostante la cattedrale metropolitana.

Ecco i punti nevralgici da osservare con occhio analitico:

  1. Piazzetta Sant'Alò e Vicolo Sant'Alò: Uno degli scorci urbanistici meglio preservati della Bologna medievale. Posizionandosi al centro della piazzetta, si apprezza la verticalità schiacciante della facciata ovest della torre, incastonata tra palazzetti nobiliari seicenteschi e case a graticcio.
  2. Il basamento di selenite: Toccando i blocchi inferiori della torre in Piazzetta Sant'Alò, si possono notare i caratteristici cristalli a ferro di lancia del gesso selenitico, levigati dal tempo e dalle intemperie, che recano ancora i segni degli scalpelli dei maestri comacini del XII secolo.
  3. L'adiacenza al Ghetto Ebraico: Imboccando via dei Giudei e via dell'Inferno, a pochi metri dalla torre, si entra nel quartiere dove nel 1556 papa Paolo IV istituì il ghetto. La Prendiparte incombeva sui tetti angusti del ghetto, fungendo da costante punto di osservazione e controllo visivo da parte delle autorità pontificie.
  4. La cerchia delle torri superstiti: A breve distanza si trovano la Torre Guidozagni (in via Albiroli, splendido esempio di torre-casa duecentesca) e la Torre degli Asinelli. Osservando la Prendiparte in asse con l'Asinelli, si comprende la densità spaventosa del tessuto fortificato medievale bolognese, inserito nel contesto monumentale tutelato dall'UNESCO World Heritage Centre all'interno del sistema dei portici e del centro storico di Bologna.

7. Risonanza Contemporanea — La Torre Viva nel Tessuto della Città

Nel corso del Novecento, mentre molte strutture medievali venivano sventrate dai piani regolatori post-unitari o danneggiate dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, la Torre Prendiparte ha rischiato l'abbandono e il degrado strutturale. La svolta è avvenuta grazie a un imponente e meticoloso intervento di restauro conservativo e filologico, condotto da privati e supervisionato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Bologna.

Le travi in rovere dei dodici solai sono state consolidate, le murature ripulite dalle efflorescenze saline senza cancellare la patina secolare dei mattoni, e l'intero ciclo di graffiti ed epigrafi carcerarie è stato sottoposto a fissaggio e catalogazione scientifica.

Oggi la Prendiparte non è un reperto museale inerte o una rovina imbalsamata: è un organismo vivente inserito nella vita culturale della città. Ospita eventi culturali esclusivi, conferenze storiografiche ed è divenuta una prestigiosa residenza d'epoca (tower suite), consentendo a studiosi e visitatori di trascorrere la notte tra le stesse mura che un tempo videro le guardie guelfe e i sacerdoti prigionieri del Lambertini. Dalla terrazza sommitale, accessibile risalendo tutti i trecento scalini interni, si gode una delle viste più spettacolari d'Italia: un mare ondulato di tetti di coppi in laterizio rosso cotto, interrotto solo dai campanili di San Petronio e San Pietro e chiuso all'orizzonte dal colle verdeggiante del Santuario di San Luca.

La memoria delle torri vive profondamente nell'identità civica dei bolognesi. Non si tratta solo di toponomastica (via delle Torri, via Farini, vicolo Mandria), ma di un'attitudine antropologica: la consapevolezza di abitare una città che ha saputo fondere l'audacia ingegneristica dell'alto Medioevo, il rigore dottrinale dell'età barocca e la vivacità cosmopolita della contemporaneità.


💡 NOTE

IL FATTO SORPRENDENTE: L'Acustica Segreta e l'Evasione Impossibile del 1754

Tra i registri polizieschi conservati nell'Archivio Arcivescovile di Bologna si cela una vicenda straordinaria che sembra uscita da un romanzo di Alexandre Dumas. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre 1754, un giovane canonico recluso al quarto piano per aver celebrato matrimoni clandestini senza autorizzazione curiale tentò una fuga ritenuta impossibile.

Sfruttando la singolare conformazione delle buche pontaie non murate e una corda rudimentale fabbricata intrecciando le lenzuola del pagliericcio con le funi di canapa delle campane interne, il sacerdote riuscì a calarsi all'esterno della canna muraria attraverso una feritoia allargata con una spranga di ferro.

A tradirlo non fu una sentinella al pianterreno, ma la sbalorditiva risonanza acustica a "tubo d'organo" della canna interna della torre: il cigolio della spranga e lo scalpiccio dei piedi sulla muratura esterna vennero amplificati verticalmente lungo le trombe delle scale in legno fino al nono piano, dove il bargello dell'arcivescovo stava dormendo. Svegliato dal suono misterioso che rimbalzava sul soffitto della sua stanza, il bargello si affacciò alla risega della "Coronata" e intercettò la fuga calando una torcia legata a uno spago, bloccando il fuggitivo sospeso a venti metri d'altezza prima che toccasse il suolo di Piazzetta Sant'Alò.

Ancora oggi, chi sosta al piano terra durante una giornata di vento può udire chiaramente i sussurri e i passi di chi cammina cinquanta metri più in alto: una trappola architettonica perfetta, dove il mattone stesso si faceva orecchio vigile della legge ecclesiastica.

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