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STORIA E PATRIMONIO DI BOLOGNA

Salaborsa Di Bologna: La Stratificazione Ipogea Dalla Bononia Romana All'Orto Di Aldrovandi, L'Architettura in Ghisa Del 1883 E Il Tempio Civico Della Cultura

## IL PALINSESTO SOSPESO: UNA PASSEGGIATA SOPRA DUEMILA ANNI DI STORIA
Punto Chiave / Sintesi
Essential takeaway summary for Salaborsa Di Bologna: La Stratificazione Ipogea Dalla Bononia Romana All'Orto Di Aldrovandi, L'Architettura in Ghisa Del 1883 E Il Tempio Civico Della Cultura.

I passi risuonano con una vibrazione smorzata sulle lastre di cristallo trasparente, mentre sotto la suola delle scarpe si spalanca una voragine luminosa di venticinque secoli. Chi entra oggi nell'invaso centrale di Salaborsa, affacciata su Piazza del Nettuno nel cuore pulsante di Bologna, non compie semplicemente un gesto di accesso a un servizio bibliotecario civico: attraversa una faglia temporale. La luce zenitale, filtrata da lucernari ottocenteschi in ferro e vetro, scende lungo un monumentale loggiato neorinascimentale e va a infrangersi sul pavimento vetrato, sotto il quale riposano, con la solennità muta della pietra calcarea e dell'opera cementizia, i basamenti monumentali della Bononia augustea.

Attorno, centinaia di studenti, ricercatori, anziani intenti alla lettura dei quotidiani e bambini immersi nei laboratori dell'infanzia si muovono con naturalezza su questa superficie eterea. Questo spazio non è un museo polveroso né un semplice archivio cartaceo: è una vera e propria piazza coperta dove la vita contemporanea si appoggia, in un equilibrio insieme ingegneristico e simbolico, sui cardini materiali dell'antichità classica, del Rinascimento scientifico e dell'archeologia industriale.

La Salaborsa rappresenta forse il caso più straordinario in Europa di palinsesto urbano vivente, un luogo in cui le successive identità della civiltà felsinea non si sono reciprocamente cancellate, bensì stratificate, riusate e rifunzionalizzate secondo una logica di persistenza topografica che non ha mai tradito la sua vocazione originaria: essere il centro nevralgico della deliberazione pubblica, dell'indagine scientifica, dello scambio mercantile e dell'aggregazione sociale.


LE RADICI DI BONONIA: LA BASILICA CIVILE E IL FORO IPOGEO

Per comprendere la densità materiale del sito, è necessario scendere virtualmente nei tre metri di profondità che separano il piano di calpestio attuale dal suolo della colonia romana di Bononia, dedotta dal Senato romano nel 189 a.C. lungo l'asse strategico della via Emilia. Gli scavi archeologici condotti tra il 1989 e il 2001 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna hanno portato alla luce una sequenza stratigrafica ininterrotta che dall'Età del Ferro giunge fino all'età moderna.

Al di sotto della pavimentazione centrale della Salaborsa non giacciono vestigia minori, bensì le strutture portanti della basilica civile del I secolo a.C., l'edificio pubblico più eminente del foro romano dedicato all'amministrazione della giustizia e alla stipula dei contratti commerciali. La basilica bononiense, impostata su possenti fondazioni in opus caementicium con paramenti in ciottoli di fiume e scaglie di pietra calcarea legate da tenacissima malta idraulica, si affacciava direttamente sul foro, l'area monumentale aperta situata all'incrocio tra il cardo maximus (corrispondente all'attuale direttrice di via Galliera e via Val d'Aposa) e il decumanus maximus (l'odierna via Rizzoli - via Ugo Bassi).

Le indagini archeologiche hanno evidenziato la presenza di una vasta aula colonnata a pianta rettangolare, scandita da pilastri monumentali che sostenevano una navata centrale sopraelevata con cleristorio per l'illuminazione naturale. Il rinvenimento di canalizzazioni fognarie in laterizio, di cisterne per la raccolta delle acque meteoriche e di raffinati frammenti di lastricati marmorei testimonia la magnificenza di un complesso sottoposto a importanti rifacimenti in età augustea e tiberiana.

La transizione verso l'epoca tardoantica e altomedievale rivela un fenomeno di straordinario interesse storiografico: la persistenza funzionale dello spazio pubblico. Nonostante le invasioni barbariche, le distruzioni belliche e il progressivo innalzamento dei livelli di calpestio dovuto a macerie e alluvioni, l'area non venne mai abbandonata all'oblio. Tra il VI e il X secolo d.C., sulle rovine della basilica romana si insediarono strutture abitative con basamenti in ciottoli ed elevati lignei, focolari artigianali e pozzi freatici, mentre le antiche murature romane fungevano da cava di materiale o da fondazione perimetrale per i nuovi complessi di potere che avrebbero dato vita al futuro Palazzo d'Accursio, cuore della magistratura comunale bolognese.


IL VIRIDARIO DEL CARDINALE E L'ORTO DEI SEMPLICI DI ULISSE ALDROVANDI (1568)

Nel XVI secolo, con il consolidamento del potere pontificio su Bologna e la trasformazione di Palazzo d'Accursio in residenza dei Cardinali Legati e sede del Senato cittadino, l'area dell'attuale Salaborsa assunse una veste rinascimentale di rara raffinatezza: divenne il Viridario Ducale, un giardino di delizie cinto da mura merlate riservato allo svago della corte pontificia. Ma fu nel 1568 che questo spazio cortilizio subì una metamorfosi destinata a segnare la storia della scienza europea.

Sotto l'impulso del Senato bolognese e grazie alla pervicacia del naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), allievo delle più avanzate scuole mediche e filosofiche e docente presso l'Università di Bologna, il viridario venne convertito nel primo Orto dei Semplici (Hortus Medicus) della città felsinea. Aldrovandi comprese che lo studio delle proprietà terapeutiche delle erbe medicinali non poteva più basarsi sull'interpretazione acritica dei testi di Dioscoride e Galeno, ma esigeva l'osservazione empirica diretta, la coltivazione sistematica e la comparazione morfologica delle specie vegetali.

Nel cortile di Palazzo d'Accursio, suddiviso in aiuole geometriche irrigate da canalette collegate alla rete idrica urbana, trovarono dimora centinaia di specie autoctone ed esotiche, giunte a Bologna dai quattro angoli del globo grazie a una fitta rete epistolare intessuta da Aldrovandi con studiosi, ambasciatori e viaggiatori. Accanto all'orto vivo, lo scienziato creò il suo monumentale museo di storia naturale, un "microcosmo di cose naturali" che comprendeva migliaia di matrici xilografiche, tavole acquerellate e il celebre erbario essiccato, oggi tra i più antichi e preziosi al mondo.

L'Orto dei Semplici rimase incastonato tra le mura di Palazzo d'Accursio per quasi due secoli, costituendo la matrice originaria da cui gemmarono gli studi botanici moderni. Solo nel 1740 le esigenze di espansione della collezione botanica resero necessario il trasferimento dell'orto presso via San Donato (l'attuale via Zamboni), lasciando il viridario a nuove destinazioni civiche e militari.


L'INGEGNERIA DELLA BORSA MERCI OTTOCENTESCA (1883-1926)

Con l'Unità d'Italia e il prorompente decollo economico dell'Emilia agraria e commerciale, Bologna avvertì l'impellente necessità di dotarsi di un'infrastruttura moderna per la contrattazione delle merci, delle granaglie e dei titoli di credito. Il vecchio viridario, ormai adibito a piazza d'armi e scuderia militare, venne individuato come il baricentro perfetto per edificare la nuova Borsa di Commercio.

La trasformazione fu avviata su progetto dell'ingegnere e scultore Diego Sarti (noto anche per le monumentali sculture del Parco della Montagnola) e inaugurata con solennità nel 1883. L'intervento di Sarti rappresentò un manifesto dell'ingegneria del ferro e della ghisa, introducendo nel cuore medievale della città un padiglione vetrato che dialogava idealmente con le grandi architetture parigine e londinesi di Les Halles e del Crystal Palace.

La struttura originaria del 1883 poggiava su una selva di sottili pilastri in ghisa lavorata con capitelli floreali d'ispirazione eclettica, sormontati da capriate metalliche ad arco che sostenevano una vasta copertura trasparente. Qui i sensali, i mediatori e i mercanti di grano della pianura padana si incontravano settimanalmente per stabilire i prezzi dei cereali e stipulare contratti all'ombra del Nettuno.

Tuttavia, il rapido incremento dei volumi commerciali richiese, nei primi decenni del Novecento, un ampliamento volumetrico e monumentale. Tra il 1920 e il 1926, l'Ufficio Tecnico Comunale, sotto la direzione dell'ingegnere Tito Azzolini e dell'architetto Giuseppe Mengoni (già autore della celebre Galleria di Milano e profondamente legato al dibattito urbanistico bolognese), diede forma all'attuale configurazione spaziale: 1. L'innalzamento del doppio ordine di logge: vennero eretti due ordini sovrapposti di arcate neorinascimentali in calcestruzzo armato e cotto decorativo, che avvolsero l'originaria struttura metallica creando un armonioso connubio tra la tradizione del portico bolognese e il razionalismo industriale. 2. Le decorazioni plastiche e pittoriche: il soffitto e le lunette furono arricchiti da decorazioni floreali in stile Liberty e motivi geometrici che celebravano il lavoro, l'agricoltura e le arti meccaniche. 3. La spazialità a tripla altezza: il vuoto centrale mantenne la sua vocazione di agorà luminosa, protetta dal nuovo e maestoso lucernario a padiglione in ferro e vetro retinato.


DALL'USO CIVICO E SPORTIVO ALLA BIBLIOTECA MULTIMEDIALE DEL 2001

Nel corso del secondo dopoguerra, la Salaborsa conobbe una stagione tanto eterogenea quanto affascinante dal punto di vista dell'antropologia urbana. Esauritasi gradualmente la funzione di borsa merci, l'immenso salone centrale venne destinato agli usi più disparati della cittadinanza: dai comizi politici alle mostre fieristiche, fino a trasformarsi, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, nella culla del basket bolognese.

Sul pavimento in legno allestito nel mezzo del salone, le squadre storiche della città — Virtus e Fortitudo — disputarono epici campionati di Serie A, con migliaia di tifosi assiepati lungo le balaustre dei due loggiati superiori in un'atmosfera di travolgente fervore sportivo.

Dopo decenni di utilizzi frammentari e un periodo di chiusura cautelativa per motivi di sicurezza statica, alla fine degli anni Novanta il Comune di Bologna varò un pionieristico progetto di rigenerazione urbana. Il cantiere, guidato da un approccio di rigoroso restauro filologico e museografico diretto dall'architetto Roberto Scannavini con la collaborazione della Soprintendenza, si propose un obiettivo audace: convertire la Salaborsa nella più moderna biblioteca pubblica multimediale d'Italia, rendendo contemporaneamente fruibile il giacimento archeologico sottostante.

Inaugurata nel dicembre del 2001, la nuova Biblioteca Salaborsa ha introdotto soluzioni tecnologiche e architettoniche di altissimo profilo: * La pavimentazione a cristalli stratificati: una maglia strutturale in travi d'acciaio accoglie lastre di vetro blindato trasparente ad altissima resistenza, capaci di reggere carichi pedonali intensi e al contempo di offrire una vista zenitale perfetta sulle sottostanti rovine della basilica romana. * Il percorso archeologico ipogeo: scale dedicate consentono ai visitatori di scendere direttamente nel sottosuolo per percorrere camminamenti metallici tra le fondazioni romane, i pozzi altomedievali e le murature trecentesche, con apparati didattici integrati. * L'archeologia industriale valorizzata: i pilastri in ghisa del 1883 e gli stucchi del 1926 sono stati interamente restaurati e dotati di sistemi illuminotecnici a led a scomparsa e cablaggi digitali in fibra ottica per l'accesso universale a internet.


IL PATRIMONIO VISIBILE OGGI: GUIDA ALL'INDAGINE ARCHITETTONICA

Il visitatore che desidera esplorare la Salaborsa con l'occhio del ricercatore può rintracciare sul posto precisi indizi materiali che testimoniano questa stratificazione bimillenaria.

  1. La Platea di Vetro Centrale: Situata al centro della navata principale, consente di osservare la pianta absidale e l'allineamento dei pilastri romani senza scendere nel sottosuolo. La trasparenza è mantenuta limpida grazie a speciali trattamenti antigraffio e antiriflesso.
  2. I Capitelli in Ghisa di Diego Sarti (1883): Osservando attentamente i pilastri del perimetro interno al piano terra, si notano le giunzioni metalliche e i motivi fitomorfi a foglia d'acanto fusi nelle fonderie ottocentesche, integrate con le murature portanti novecentesche.
  3. Il Pozzo Medievale e le Strutture a Secco: Scendendo nel percorso archeologico sotterraneo (accessibile gratuitamente o tramite visite guidate del settore museale civico), è possibile ammirare la stratigrafia verticale: dai conci squadrati romani in arenaria locale alle murature trecentesche in mattoni bolognesi a vista.
  4. La Fontana dei Putti e il Portico d'Accursio: All'esterno, sul fianco occidentale affacciato su Piazza del Nettuno, le arcate trecentesche e rinascimentali raccordano la Salaborsa con la torre dell'Orologio e gli appartamenti dei Cardinali Legati, parte integrante del prestigioso sistema dei Portici di Bologna, Patrimonio Mondiale UNESCO.

PERSONAGGI E STORIE UMANE: LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA DI ALDROVANDI

La storia della Salaborsa è inseparabile dalla figura di Ulisse Aldrovandi. Nella primavera del 1568, Aldrovandi non dovette lottare soltanto contro le difficoltà agronomiche di coltivare specie esotiche all'interno di un cortile d'armi cinto da mura ombrose, ma soprattutto contro la rigida ortodossia accademica del suo tempo.

I medici tradizionali dell'Ateneo felsineo guardavano con sospetto a quell'orto sorto nel cortile del potere civico. Si raccontava che Aldrovandi passasse le albe a dissodare personalmente il terreno insieme a due giardinieri di fiducia, catalogando semi giunti dal Nuovo Mondo tramite il porto di Venezia. Quando un carico di semi di pomodoro e di tabacco giunse a Bologna dalle Indie Occidentali, molti colleghi rifiutarono persino di toccarli, temendone la tossicità intrinseca o considerandoli bizzarrie prive di valore scientifico.

       IL CONTRIBUTO SCIENTIFICO DI ULISSE ALDROVANDI
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       METODO TRADIZIONALE MEDIEVALE     METODO EMPIRICO ALDROVANDIANO
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       • Studio mnemonico di Galeno      • Coltivazione diretta in loco
       • Mancanza di campioni reali      • Creazione dell'erbario essiccato
       • Descrizioni testuali astratte   • Pittura dal vero e xilografie
       • Conoscenza dogmatica chiusa     • Rete di scambio globale dei semi

Aldrovandi non si scompose. Con infinita pazienza, fece realizzare da maestri incisori e pittori centinaia di tavole acquerellate a colori naturali per ritrarre ogni fase fenologica delle piante cresciute nel suo viridario. Quell'atto di umile osservazione quotidiana all'interno dello spazio che oggi accoglie la biblioteca fondò il moderno metodo sperimentale applicato alle scienze naturali, anticipando di oltre un secolo i principi della tassonomia moderna.


LA PERSISTENZA URBANA COME MODELLO DI DEMOCRAZIA CULTURALE

La parabola storica della Salaborsa offre una chiave di lettura cruciale per comprendere l'essenza stessa dell'urbanistica bolognese: il concetto di persistenza morfologica attiva. A differenza di altre metropoli europee dove i centri storici sono stati sottoposti a sventramenti radicali o a una museificazione passiva e turistica, Bologna ha sempre riutilizzato i propri involucri monumentali per iniettarvi funzioni vitali contemporanee.

Nel caso della Salaborsa, la conversione in biblioteca pubblica multimediale ha sublimato la sua natura originaria di foro: * Diritto di cittadinanza culturale: L'ingresso libero e gratuito, l'assenza di barriere architettoniche e l'offerta di spazi di sosta informale rendono la Salaborsa una vera e propria piazza di conversazione e studio, fedele alla tradizione del portico bolognese. * Integrazione tra passato e futuro: La compresenza nello stesso raggio visivo di server ad alta velocità, schermi multimediali, volumi cartacei, ferri liberty e fondamenta di duemila anni fa educa quotidianamente i cittadini al valore della memoria materiale come fondamento della contemporaneità. * Policentrismo della conoscenza: Insieme al recente polo innovativo di Salaborsa Lab inaugurato nel complesso di Vicolo Bolognetti, la struttura continua a evolversi per rispondere alle nuove sfide della transizione digitale e dell'inclusione interculturale.

La Salaborsa è dunque il simbolo di una città che non teme di camminare sul proprio passato, perché ha saputo trasformare le pietre del foro e le piante di Aldrovandi nel combustibile intellettuale della propria democrazia.


💡 NOTE

IL FATTO SORPRENDENTE: IL BASKET DI SERIE A SOTTO IL SOFFITTO LIBERTY

Tra il 1946 e il 1953, mentre Bologna cercava faticosamente di risollevarsi dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, la Salaborsa divenne il palcoscenico del basket italiano di vertice. Priva di un palazzetto dello sport coperto (il celebre PalaDozza di Piazza Azzarita sarebbe stato inaugurato solo nel 1956), la città decise di trasformare la sala contrattazioni della Borsa Merci nel campo casalingo della Virtus Bologna.

Ogni domenica mattina, una squadra di operai comunali montava un parquet provvisorio e due canestri smontabili esattamente al centro della sala. Nel pomeriggio, oltre tremila spettatori si accalcavano lungo le balconate del primo e del secondo piano, sporgendosi dalle eleganti ringhiere in ghisa e dai loggiati neorinascimentali per incitare i giocatori. Il rombo del tifo e il rimbalzo del pallone sul legno risuonavano tra gli stucchi Liberty e le colonne ottocentesche con un'acustica impressionante. Su quel campo improvvisato, campioni leggendari come Giancarlo Marinelli, Nino Calebotta e Achille Canna conquistarono scudetti storici, consacrando per sempre Bologna come la capitale indiscussa della pallacanestro italiana (Basket City).

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