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STORIA E PATRIMONIO DI BOLOGNA

Papa Giulio II a Bologna: La Presa Della Città Nel 1506, Il Colosso Bronzeo Di Michelangelo E L'Annessione Allo Stato Pontificio

*Dall'ingresso trionfale del pontefice guerriero sotto lo sguardo scandalizzato di Erasmo da Rotterdam alla sfortunata statua colossale di Michelangelo fusa per farne un cannone: cronaca del passaggio epocale che cancellò la signoria dei Bentivoglio e legò per tre secoli la città a Roma.*
Punto Chiave / Sintesi
Essential takeaway summary for Papa Giulio II a Bologna: La Presa Della Città Nel 1506, Il Colosso Bronzeo Di Michelangelo E L'Annessione Allo Stato Pontificio.

1. Apertura Narrativa — La polvere di San Martino e lo scandalo del Vicario in armi

Il sole basso dell'undici novembre 1506 taglia a fette la nebbia autunnale lungo la via Emilia, riflettendosi su una distesa abbacinante di corazze brunite, alabarde e gualdrappe di velluto cremisi. Sotto le arcate dei portici di Strada Maggiore, stipata all'inverosimile, la folla bolognese trattiene il respiro in un silenzio carico di sgomento e fascinazione. Non è un imperatore d'Oltralpe a varcare la cerchia muraria, né un capitano di ventura assetato di bottino: a cavallo di un destriero bardato a festa, avvolto in un manto purpureo sopra l'armatura d'acciaio, avanza Giuliano della Rovere, asceso al soglio di Pietro con il nome di Papa Giulio II.

Tra la moltitudine assiepata dietro i cordoni dei mercenari svizzeri c'è un erudito fiammingo di quarant'anni, giunto in città al seguito dei figli del medico reale d'Inghilterra: Erasmo da Rotterdam. Il filosofo osserva la scena a occhi sbarrati, facendosi largo tra i mantelli dei popolani. Ai suoi occhi di umanista cristiano abituato al Vangelo della mitezza, quello spettacolo appare come una vertiginosa profanazione. Il successore degli apostoli non incede con il pastorale e i piedi scalzi, ma sfila scortato da fanti in armi, preceduto da ventiquattro cardinali a cavallo trasformati in luogotenenti e da tamburi che battono il passo di marcia. Ai lati del baldacchino pontificio, i maggiorenti della città — gli stessi senatori che fino a pochi giorni prima giuravano fedeltà incrollabile alla signoria bentivolesca — gettano manciate di monete d'argento al popolo inneggiando al "Liberatore".

Quella mattina della festa di San Martino segna un punto di non ritorno nella storia d'Italia. Mentre il pontefice sale i gradini della Basilica di San Petronio per celebrare un solenne Te Deum, Erasmo annota mentalmente i tratti di una feroce satira che darà alle stampe pochi anni dopo: il Vicario di Cristo si è fatto Giulio Cesare, la Chiesa ha impugnato la spada temporale e Bologna, la dotta repubblica dei giuristi e dei commerci, ha appena perso per sempre la propria autonomia principesca per essere inghiottita nell'orbita dello Stato Pontificio.


2. Il Contesto Storico — La fine dei Bentivoglio e la diplomazia della spada

Per comprendere la violenza simbolica e materiale dell'autunno del 1506, occorre arretrare lo sguardo sulla complessa scacchiera delle guerre d'Italia. Da oltre quattro decenni Bologna viveva all'ombra dorata della dinastia dei Bentivoglio. Pur mantenendo formalmente in vita le antiche magistrature comunali repubblicane, Giovanni II Bentivoglio governava la città con i modi e lo sfarzo di un principe rinascimentale, circondato da artisti come Francesco Francia e Lorenzo Costa e protetto da una fitta rete di alleanze matrimoniali con gli Sforza di Milano e gli Estensi di Ferrara.

Tuttavia, all'inizio del Cinquecento, l'equilibrio della penisola è andato in frantumi. L'ascesa al pontificato di Giulio II della Rovere nel 1503 imprime una svolta radicale e intransigente alla politica papale: il pontefice è determinato a recuperare il controllo diretto di tutte le terre formalmente soggette alla Santa Sede in Romagna e in Emilia, cancellando i particolarismi feudali e le signorie de facto. Dopo aver sottomesso Perugia costringendo alla resa Gian Paolo Baglioni, Giulio II volge la sua formidabile macchina bellica verso Bologna, come accuratamente documentato nel profilo biografico del pontefice curato dall'Enciclopedia Treccani.

La manovra papale è tanto diplomatica quanto militare. Nell'ottobre del 1506 il papa emana una bolla di scomunica e interdizione universale contro Giovanni II Bentivoglio e i suoi figli, dichiarandoli ribelli della Chiesa e autorizzando chiunque a confiscarne i beni e a privarli della vita. Contemporaneamente, Giulio II compie il capolavoro politico: negozia un'alleanza strategica con il re di Francia Luigi XII. Il sovrano transalpino, che fino a quel momento aveva garantito protezione militare ai Bentivoglio in cambio di pesanti tributi e favori diplomatici, volta le spalle alla corte bolognese inviando un contingente di truppe al comando di Charles II d'Amboise, signore di Chaumont, per affiancare l'esercito pontificio.

Sentendosi braccato, privo dell'appoggio francese e consapevole dell'ostilità sorda di una parte consistente del patriziato bolognese stanca del suo dominio autocratico, Giovanni II comprende che ogni resistenza armata condurrebbe al massacro e al saccheggio indiscriminato della città. Nella notte tra il primo e il 2 novembre 1506, sotto una pioggia battente, il signore raccoglie le proprie ricchezze trasportabili e abbandona precipitosamente la città insieme alla moglie Ginevra Sforza e alla corte, fuggendo verso i domini gonzagheschi e milanesi.

L'epilogo della dinastia è implacabile: il governo cittadino passa nelle mani del Senato, che apre immediatamente le porte all'avanguardia pontificia per scongiurare il sacco, ponendo fine a mezzo secolo di mecenatismo bentivolesco e inaugurando una nuova era di soggezione politica alla tiara papale.


3. Il Patrimonio Visibile Oggi — Sulle tracce della ferita roveresca

Il visitatore contemporaneo che passeggia per il centro storico di Bologna può ancora leggere, iscritto nelle pietre e nelle vuote geometrie urbane, il dramma di quella conquista. La traccia materiale del 1506 non risiede soltanto nei palazzi del potere, ma anche e soprattutto nelle grandi assenze.

La nicchia orfana di San Petronio

In Piazza Maggiore, alzando lo sguardo verso la grandiosa facciata incompiuta della Basilica di San Petronio, si nota immediatamente la nicchia ogivale posta sopra il portale maggiore scolpito da Jacopo della Quercia. Quello spazio, oggi spoglio e vuoto, fu progettato per accogliere la gigantesca statua bronzea di Giulio II commissionata a Michelangelo. La sua assenza è un monumento all'iconoclastia politica del Rinascimento: il vuoto architettonico racconta la rabbia della fazione bentivolesca che, nel 1511, volle cancellare con funi e picconi l'effigie bronzea del dominatore romano.

Il "Guasto" dei Bentivoglio e il Teatro Comunale

Spostandosi verso l'area universitaria, lungo via Zamboni all'altezza di Largo Respighi, si incontra una delle ferite urbanistiche più celebri d'Europa: i Giardini del Guasto. Qui sorgeva la favolosa Domus Magna dei Bentivoglio, un palazzo nobiliare immenso con oltre duecento stanze, giardini pensili, loggiati decorati da affreschi preziosi e scuderie principesche.

Nel maggio del 1507, su istigazione del legato pontificio e con l'approvazione papale, il popolo e le fazioni nemiche assaltarono la dimora, radendola al suolo mattone su mattone in un rito di damnatio memoriae. Per oltre due secoli e mezzo quell'area rimase un cumulo desolato di macerie e rovine noto come "Il Guasto", dove era proibito costruire qualsiasi edificio in pietra. Solo nel 1763, l'architetto Antonio Galli da Bibiena riuscirà a edificare su quelle fondamenta maledette il Teatro Comunale di Bologna, le cui cantine poggiano ancora oggi sui resti interrati della reggia bentivolesca.

Il Palazzo d'Accursio e le memorie legatizie

Presso il Palazzo Comunale (Palazzo d'Accursio), la presenza pontificia è tangibile negli appartamenti monumentali del Cardinale Legato, nella Sala Farnese e nella Cappella del Legato. Qui il governo pontificio si insediò stabilmente, lasciando un patrimonio di stemmi araldici rovereschi (con la quercia a rami incrociati) e sale d'udienza concepite per sovrastare visivamente i magistrati civici.

I capolavori al Museo Civico Medievale

Per toccare con mano la cultura materiale di questa transizione, il Museo Civico Medievale in Palazzo Ghisilardi custodisce le celebri medaglie bentivolesche coniate da Sperandio da Mantova e Francesco Francia, affiancate dalle monete papali emesse dalla zecca bolognese a partire dal 1506, recanti il motto Bononia Docet affiancato alle chiavi decussate di San Pietro. Questi tesori e i portici storici che collegano i palazzi del potere compongono l'eccezionale tessuto tutelato come Patrimonio Mondiale UNESCO.


4. Personaggi e Storie Umane — Il calvario di Michelangelo e la colubrina estense

La vicenda dell'annessione bolognese si intreccia indissolubilmente con i percorsi biografici di alcuni dei più grandi protagonisti del Rinascimento europeo, dando vita a un dramma corale di ambizione, risentimento e perizia artistica.

Michelangelo e il gigante di bronzo: due anni di fatiche e veleni

Nel novembre del 1506, pochi giorni dopo la presa di Bologna, Michelangelo Buonarroti viene convocato d'urgenza al cospetto di Giulio II. L'artista era fuggito da Roma mesi prima, furente per l'interruzione dei lavori alla monumentale tomba papale, ma a Bologna è costretto a inginocchiarsi davanti al pontefice nel Palazzo dei Sedici per ottenere il perdono papale. Giulio II ha in mente per lui un compito ciclopico: realizzare un colosso bronzeo di oltre quattro metri e mezzo d'altezza (circa quattordici piedi bolognesi), raffigurante il pontefice assiso in cattedra, da collocare sulla facciata di San Petronio come perenne monito di sovranità.

Il soggiorno bolognese di Michelangelo, protrattosi fino al febbraio 1508, si trasforma in un vero e proprio calvario personale e tecnico, ampiamente documentato nel suo carteggio epistolare: * Una vita di privazioni: L'artista vive recluso in una stanza misera presso la parrocchia di Santa Maria del Carrobbio, dividendo un unico letto con due garzoni, privo di denaro e tormentato dalla paura della peste e delle vendette dei partigiani bentivoleschi rimasti in città. * La sfida tecnica della cera persa: Michelangelo non possiede esperienza nella fusione a cera persa di figure bronzee di tali dimensioni monumentali. Per assisterlo viene chiamato da Firenze il maestro fonditore di artiglieria Bernardino d'Antonio dal Ponte. * Il disastro della prima colata: Nel giugno del 1507, al momento della gettata, il metallo fuso non scorre in modo omogeneo nella forma, riempiendo la scultura soltanto fino alla cintola. Michelangelo deve demolire la cassaforma, estrarre il bronzo difettoso e ricominciare da capo tra fumi asfissianti e costi raddoppiati.

Celebre è l'aneddoto tramandato da Giorgio Vasari: quando Michelangelo chiese al pontefice se dovesse modellare un libro nella mano sinistra della statua, Giulio II rispose con la sua proverbiale tempra marziale:

"Mettici una spada, che di lettere io non me ne intendo!"

La statua viene finalmente scoperta il 21 febbraio 1508 tra gli applausi forzati del Senato e le salve d'artiglieria. Ma il suo destino sarà beffardo e tragico.

La fine del colosso: la nascita de "La Giulia"

Nel maggio del 1511 la situazione politica si ribalta temporaneamente: le truppe francesi guidate da Gian Giacomo Trivulzio e i reduci bentivoleschi riconquistano Bologna, costringendo alla fuga il corrotto legato pontificio Francesco Alidosi. Il popolo bolognese, eccitato dalla fazione bentivolesca, si avventa contro la statua michelangiolesca: il colosso viene sradicato dalla nicchia di San Petronio con corde e leve, precipitando sul selciato di Piazza Maggiore tra le ingiurie della folla.

I frammenti metallici del simulacro spezzato vengono venduti per una cifra irrisoria ad Alfonso I d'Este, duca di Ferrara e supremo maestro d'artiglieria dell'epoca. Il duca, da sempre acerrimo rivale di Giulio II, trasporta il bronzo michelangiolesco nelle sue officine di Ferrara e lo fa rifondere in una formidabile colubrina da assedio lunga oltre quattro metri, battezzata ironicamente "La Giulia". Quel bronzo, nato per celebrare la sovranità papale, viene puntato e fatto tuonare contro le truppe della Lega Santa dello stesso Giulio II durante la successiva battaglia di Ravenna del 1512.


5. Risonanza Contemporanea — La Diarchia Istituzionale e l'Anima di Bologna

L'annessione del 1506 non fu una semplice annessione territoriale coloniale, ma pose le basi per un'architettura istituzionale originalissima che avrebbe plasmato il carattere civico, economico e culturale di Bologna fino all'arrivo delle armate napoleoniche nel 1796: il sistema della Diarchia.

Consapevole che una città fiera, opulenta e sede della più antica università del mondo occidentale — l'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna — non avrebbe mai tollerato un'amministrazione assolutistica diretta da prelati romani, Giulio II e i suoi successori negoziarono con l'oligarchia locale i cosiddetti Patti di Roma.

Questo modello di governo condiviso si basava su un costante e delicato bilanciamento di poteri:

  1. Il Cardinale Legato: nominato direttamente da Roma, risiedeva in Palazzo d'Accursio, custodiva le chiavi della fortezza urbana, controllava la politica estera e la difesa militare, e incarnava la fons iurisdictionis papale.
  2. Il Senato dei Quaranta (poi Cinquanta): composto dai capi delle famiglie patrizie bolognesi più illustri (Malvezzi, Marescotti, Pepoli, Isolani, Grassi), manteneva il controllo della giustizia civile e criminale locale, l'amministrazione dei dazi, l'annona, la manutenzione delle strade e la gestione dello Studio universitario.

Questa singolare formula politica permise a Bologna di conservare uno status di "città quasi-libera", un'isola aristocratica e municipale all'interno del centralismo pontificio. L'eredità di questa diarchia è ancora leggibile nella topografia urbana e nell'attitudine pragmatica della città: un'innata capacità di mediazione tra il potere centrale e le autonomie locali, una diffidenza atavica per l'assolutismo cieco e un culto rigoroso per le libertà corporative e dotte che trova la sua eco nel motto municipale Libertas.

Come approfondito negli studi storici disponibili sul portale dell'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, senza la rottura traumatica del 1506 non si comprenderebbe la peculiare fisionomia di Bologna come seconda capitale dello Stato della Chiesa, snodo diplomatico e culturale in grado di trattare con Roma su un piano di reciproca e rispettosa convenienza.


6. Riquadro Conclusivo — Il Fatto Sorprendente

📌 IL MISTERO DELLA TESTA SALVATA NEL CAMERINO DEL DUCA

Mentre il corpo bronzeo del colosso michelangiolesco di Giulio II veniva fuso senza pietà nella fonderia estense per forgiare la colubrina "La Giulia", la testa monumentale del papa guerriero andò incontro a un destino ben diverso e affascinante.

Alfonso I d'Este, uomo di raffinata cultura artistica oltre che formidabile maestro d'artiglieria, riconobbe immediatamente la mano sublime di Michelangelo Buonarroti nel volto severo, fiero e terribile del pontefice. Decise pertanto di risparmiare la testa dalla fornace.

Quel frammento bronzeo — un colosso metallico del peso stimato di oltre seicento libbre (circa 200 chilogrammi) — fu trasportato a Ferrara e collocato dal duca all'interno del proprio celebre Camerino delle Pitture, lo studiolo privato decorato dai capolavori di Tiziano, Dosso Dossi e Giovanni Bellini. Il duca amava mostrare agli ambasciatori stranieri il cranio bronzeo del suo più feroce nemico come un trofeo di guerra e, insieme, come una scultura di inestimabile pregio formale.

La monumentale testa papale rimase a Ferrara per decenni; tuttavia, dopo la devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio nel 1598 e il conseguente trasferimento delle collezioni estensi a Modena, se ne persero misteriosamente le tracce storiche. Ancora oggi, storici dell'arte e archeologi rinascimentali continuano a setacciare collezioni private e depositi museali europei nella speranza di ritrovare l'unico frammento superstite dell'opera bronzea più monumentale e sfortunata di Michelangelo.

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