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STORIA E PATRIMONIO DI BOLOGNA

Pier Paolo Pasolini a Bologna: Il Discipulato Con Roberto Longhi Del 1942, La Rivista Officina E La Genesi Poetico-Critica Nel Novecento Felsineo

**PATRIMONIO E STORIA CULTURALE** • *Dall'aula oscurata di Roberto Longhi alla nascita del cinema di poesia: viaggio nelle radici felsinee, filologiche e pittoriche del più lucido eretico del Novecento italiano.*
Punto Chiave / Sintesi
Essential takeaway summary for Pier Paolo Pasolini a Bologna: Il Discipulato Con Roberto Longhi Del 1942, La Rivista Officina E La Genesi Poetico-Critica Nel Novecento Felsineo.

1. Apertura Narrativa — La Lanterna Magica di Via Zamboni (Inverno 1941-1942)

Nelle aule austere di Palazzo Poggi, nel cuore pulsante dell’inverno tra il 1941 e il 1942, la luce del giorno si estingue prima del tempo. Fuori, i portici di via Zamboni sono avvolti da una coltre di nebbia umida e dal coprifuoco bellico che grava sull'Italia fascista; dentro, nell'aula di Storia dell'Arte dell'Università di Bologna, regna un buio denso, quasi liturgico. All'improvviso, lo scatto metallico di un proiettore a diapositive fende l'oscurità con un fascio luminoso e pulviscolare. Sullo schermo bianco appare il dettaglio violentemente umano della Cacciata dei progenitori dall'Eden di Masaccio: i volti stravolti dal dolore ancestrale, la plasticità scabra dei corpi, il chiaroscuro che scolpisce la carne come pietra viva.

Dietro la cattedra, la voce teatrale, magnetica e tagliente di Roberto Longhi orchestra una partitura critica senza precedenti. Tra i banchi di legno consumato siede un diciannovenne dal profilo affilato e lo sguardo febbrile. Si chiama Pier Paolo Pasolini. Trattiene il respiro, con il taccuino appoggiato sulle ginocchia. Non sta soltanto ascoltando una lezione magistrale di filologia dell'arte: sta subendo una vera e propria metamorfosi estetica e sensoriale.

Quell'incontro con le immagini illuminate nel buio — che Pasolini definirà per sempre come la sua «folgorazione figurativa» — non rappresenta un mero episodio accademico, ma l'evento fondativo da cui germinerà l'intera sua cosmogonia poetica. In quella penombra universitaria prende forma un modo di guardare la realtà destinato a trasferirsi, vent'anni più tardi, dall'analisi dei maestri del Trecento e Quattrocento alla macchina da presa di Accattone, Mamma Roma e La ricotta. Bologna, la città materna e severa dei portici e delle biblioteche umanistiche, forgia così l'officina visiva e intellettuale dell'intellettuale più radicale del Novecento.


2. Le origini felsinee e la formazione giovanile (1922-1939)

La genesi biografica di Pier Paolo Pasolini è indissolubilmente legata alla topografia bolognese. Nasce il 5 marzo 1922 in un appartamento al civico 4 di via Borgonuovo, un'arteria nobiliare e silenziosa a ridosso dell'antico complesso monumentale di Santo Stefano. Il padre, Carlo Alberto Pasolini, è un ufficiale di fanteria di antica ma decaduta nobiltà ravennate; la madre, Susanna Colussi, è una maestra friulana originaria di Casarsa della Delizia, figura cardine e musa perenne di tutta la sua parabola affettiva e letteraria. Sebbene l'itinerario militare paterno costringa la famiglia a continui spostamenti per l'Italia settentrionale, Bologna rimane per Pasolini il baricentro magnetico, l'archetipo urbano della stabilità, della bellezza e della prima consapevolezza di sé.

Nel 1936, il ritorno sotto le due Torri coincide con l'iscrizione al prestigioso Liceo Ginnasio «Luigi Galvani» in via Castiglione. È un triennio straordinariamente fecondo. Nelle aule del Galvani, Pasolini stringe un sodalizio fraterno con tre compagni d'eccezione: Luciano Serra, Roberto Roversi e Francesco Leonetti. Insieme formano un cenacolo intellettuale compatto, che si autodefinisce con baldanza giovanile la brigata degli «Eredi». In una città che il regime fascista vorrebbe omologata e intrisa di retorica corporativa, questi adolescenti voraci si immergono clandestinamente nella grande letteratura europea.

È a Bologna che il giovanissimo Pasolini scopre la poesia simbolista francese — leggendo Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé nei volumi sgualciti scovati tra le bancarelle di piazza San Domenico — e si accosta con rigore alla metrica classica di Giosuè Carducci e alla sublime musicalità della lirica provenzale e trobadorica. Inizia a scrivere versi su quaderni scolastici, alternando l'italiano aulico a esperimenti sonori che anticipano la rivelazione del friulano. Bologna negli anni Trenta gli offre una doppia educazione: da un lato l'eccellenza filologica della tradizione umanistica petroniana, dall'altro la vibrante socialità dei caffè e delle strade, dove la parola poetica comincia a scontrarsi con il mistero e la sensualità della vita popolare.


3. L'Ateneo bolognese e il magistero di Roberto Longhi (1939-1943)

Nel 1939, a soli diciassette anni, Pasolini brucia le tappe scolastiche e si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Ateneo felsineo. L'ambiente universitario bolognese è allora uno dei centri più vivi d'Europa, ma il momento di rottura assoluta giunge nell'anno accademico 1941-1942, quando segue il corso monografico tenuto da Roberto Longhi, titolare della cattedra di Storia dell'arte medievale e moderna.

Longhi non insegna l'arte come successione di date o pedanti catalogazioni iconografiche; egli pratica una critica stilistica travolgente, fondata sulla scomposizione formale dell'opera, sull'equivalenza linguistica tra scrittura saggistica e tessitura pittorica, e soprattutto sulla lettura della luce come principio etico e drammaturgico. Le sue lezioni sui «Fatti di Masolino e di Masaccio», integrate da affondi sulla pittura emiliana trecentesca (da Vitale da Bologna a Lippo di Dalmasio) e sulle rivoluzioni luministiche di Caravaggio, imprimono nella mente dello studente un canone visuale indelebile.

⭐ IMPORTANT
Il concetto di «Folgorazione Figurativa»
Per Pasolini, la lezione di Roberto Longhi non fu un mero apprendimento nozionistico, ma un imprinting retinico. Come documentato nel profilo biografico dell'intellettuale redatto dall'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, lo storico dell'arte insegnò a Pasolini a percepire lo spazio reale come una superficie pittorica strutturata per masse plastiche, cesure luministiche e sacralità frontale.

L'impatto di questa visione sul Pasolini cineasta degli anni Sessanta è monumentale e documentabile fotogramma per fotogramma:

  • La frontalità giottesca e masaccesca in Accattone (1961): L'esordio alla regia trasfigura il sottoproletariato romano delle borgate attraverso inquadrature ieratiche, campi medi fissi e primi piani scultorei che rifiutano il dinamismo del neorealismo convenzionale, richiamando la solennità austera della pittura toscana del primo Quattrocento.
  • La citazione di Andrea Mantegna in Mamma Roma (1962): La tragica agonia del giovane Ettore, legato a un letto di contenzione nel carcere di Regina Coeli, è la trasposizione letterale del Cristo morto di Mantegna, dove lo scorcio prospettico assume un valore di martirio laico e universale.
  • Il manierismo toscano in La ricotta (1963): La celeberrima sequenza a colori della deposizione mette in scena la ricostruzione vivente (tableau vivant) della Deposizione di Cristo del Pontormo e della pala di Rosso Fiorentino a Volterra, fondendo satira tagliente e vertigine cromatica.

Pasolini intendeva consacrare questa devozione dedicando a Longhi la propria tesi di laurea in Storia dell'arte, incentrata sulla pittura contemporanea italiana da Giorgio Morandi a Carlo Carrà e Filippo de Pisis. Tuttavia, i tragici eventi dell'armistizio dell'8 settembre 1943 e la fuga verso il rifugio friulano di Casarsa portarono alla dispersione del manoscritto originale, costringendolo a riorientare il proprio percorso accademico verso la filologia letteraria.


4. La tesi su Giovanni Pascoli e la filologia romanza (1945)

Rientrato a Bologna all'indomani della Liberazione, nell'autunno del 1945 Pasolini conclude i suoi studi sotto la guida del professor Carlo Calcaterra, illustre storico della letteratura italiana e rigoroso studioso della tradizione barocca e rinascimentale. Il 26 novembre 1945 discute con il massimo dei voti una tesi pionieristica intitolata Antologia della poesia pascoliana (introduzione e commenti).

La tesi su Giovanni Pascoli non costituisce affatto un ripiego, bensì un laboratorio ermeneutico di straordinaria acutezza. Pasolini individua in Pascoli il padre nobile della modernità letteraria italiana, colui che ha scardinato la rigida linea monolinguistica petrarchesca teorizzata da Pietro Bembo, inaugurando una via sperimentale fondata su:

  1. Il plurilinguismo espressivo: L'integrazione audace di lessico specialistico, vocaboli arcaici, idioletti familiari e formule gergali.
  2. Il linguaggio pre-grammaticale e onomatopeico: La valorizzazione fonosimbolica del verso (Myricae), dove il suono precede e fonda il significato concettuale.
  3. La dialettalità come lingua pura: L'adozione del parlato periferico come strumento di rifondazione lirica contro l'accademismo borghese.

Questo approccio critico è fecondato dagli scambi epistolari con il filologo Gianfranco Contini, che già nel 1942 aveva recensito con entusiasmo la raccolta d'esordio Poesie a Casarsa. L'insegnamento universitario bolognese dona a Pasolini gli strumenti metodologici della filologia romanza, che l'autore applicherà non solo all'analisi del dialetto friulano, ma anche alla perlustrazione antropologica del romanesco nei romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), trasformando la linguistica in uno strumento di indagine sociale e militante.


5. La stagione della rivista «Officina» (1955-1959)

A metà degli anni Cinquanta, mentre si trova ormai stabilmente a Roma per dedicarsi all'insegnamento e alla narrativa, Pasolini avverte la necessità di riallacciare i fili con il milieu intellettuale della giovinezza. Nel maggio 1955 nasce a Bologna la rivista bimestrale di poesia e critica letteraria «Officina», fondata insieme agli inseparabili compagni del Galvani, Roberto Roversi e Francesco Leonetti, cui si uniranno presto voci di spicco del calibro di Franco Fortini, Gianni Scalia e Angelo Romanò.

«Officina» si impone immediatamente come uno dei laboratori teorici più audaci del secondo dopoguerra italiano. Pubblicata con una veste grafica sobria ed elegante dalle storiche officine grafiche dell'editore bolognese Galeati di Imola e distribuita nel capoluogo emiliano, la rivista ingaggia una duplice e serrata battaglia culturale:

  • Superamento dell'Ermetismo: Rifiuto della poesia pura, del frammento orfico e del disimpegno estetizzante tipico della stagione novecentesca fascista, considerati come un rifugio consolatorio e aristocratico di fronte alle tragedie della storia.
  • Rifiuto del Realismo Socialista dogmatico: Netta presa di distanza dalla precettistica ideologica zdanoviana imposta dall'ortodossia del PCI, che riduceva la letteratura a mera propaganda illustrativa di partito priva di complessità formale.

In questo crocevia dialettico, Pasolini formula la categoria critica del «Neosperimentalismo». Nelle pagine di «Officina», egli sostiene che l'intellettuale debba praticare una poesia intrisa di passione civile e di tensione etica, senza mai rinunciare alla ricerca stilistica più sofisticata, all'ibridazione metrica (il recupero della terzina dantesca e delle forme chiuse in chiave contemporanea) e all'attrito tra registri linguistici differenti. È proprio su «Officina» che vedono la luce saggi cardinali e le prime stesure dei poemi che confluiranno nel capolavoro Le ceneri di Gramsci (1957). La Bologna editoriale e tipografica degli anni Cinquanta si dimostra così uno spazio di libertà critica alternativo e complementare ai poli industriali di Milano e Roma.


6. Topografia urbana, memoria affettiva e il patrimonio visibile oggi

Camminare oggi per Bologna seguendo le tracce di Pier Paolo Pasolini significa compiere una vera e propria archeologia dello sguardo. L'assetto urbanistico felsineo, caratterizzato dalla continuità dei suoi portici monumentali — formalmente riconosciuti nel Patrimonio Mondiale UNESCO come capolavoro di architettura sociale e condivisione comunitaria —, conserva intatta la memoria dei luoghi attraversati dall'intellettuale.

Per il visitatore e lo studioso contemporaneo, i luoghi cardine si offrono come un itinerario detective e conoscitivo:

  1. Via Borgonuovo 4: Una sobria lapide marmorea ricorda la casa dove Pasolini vide la luce. A pochi passi, la basilica di Santo Stefano (le Sette Chiese) rappresenta il labirinto medievale in cui il giovane Pier Paolo meditava sull'architettura romanica e sullo scorrere del tempo.
  2. Liceo Ginnasio «Luigi Galvani»: Situato in via Castiglione, conserva nei suoi archivi storici i registri e i temi d'esame dello studente Pasolini, testimonianza precoce di una prosa già folgorante e matura.
  3. Palazzo Poggi (Via Zamboni 33): Le aule storiche della Facoltà di Lettere dell'Ateneo petroniano, dove è ancora possibile respirare l'atmosfera austera delle lezioni longhiane e delle discussioni con Carlo Calcaterra.
  4. Il Portico del Pavaglione e Piazza Maggiore: Teatri quotidiani delle dispute letterarie con Roversi e Leonetti, dove i giovani intellettuali sostavano nei caffè storici (il Caffè San Pietro o il Bar Zanarini) per commentare le novità editoriali o progettare numeri di riviste.
  5. Via Fondazza 36: La casa-studio di Giorgio Morandi, maestro della polvere e della luce sospesa, le cui nature morte costituirono per il giovane Pasolini una lezione insuperata di rigore morale e concentrazione formale.
  6. I Prati di Caprara e lo Stadio Renato Dall'Ara: Testimoni della passione viscerale di Pasolini per il gioco del calcio, da lui definito «l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», giocato con foga agonistica nelle domeniche universitarie.

La vitalità di questa eredità storica è oggi custodita e rilanciata a livello internazionale dal Comune di Bologna e dalla prestigiosa istituzione della Cineteca di Bologna. Presso gli spazi della Manifattura delle Arti, in Piazzetta Pier Paolo Pasolini, ha sede il Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini, fondato su impulso di Laura Betti. Il centro custodisce una sterminata collezione di manoscritti, sceneggiature originali, corrispondenze, rassegne stampa d'epoca, la biblioteca personale e l'intero archivio audiovisivo pasoliniano restaurato in risoluzione 4K, rendendo la città felsinea il punto di riferimento globale per la ricerca filologica sull'autore. Ulteriori percorsi di approfondimento biografico ed enciclopedico sono consultabili nella documentazione enciclopedica aperta su Wikipedia.


7. Riquadro Conclusivo — Il Fatto Sorprendente

💡 NOTE

IL FATTO SORPRENDENTE: Il Mistero della Tesi Scomparsa e la «Pittura Scritta»

Pochi sanno che Pier Paolo Pasolini non avrebbe dovuto laurearsi con una tesi di filologia letteraria su Giovanni Pascoli, bensì come storico dell'arte contemporanea. Nel corso del 1943, sotto la folgorazione intellettuale di Roberto Longhi, il giovane Pasolini aveva già redatto la quasi totalità della sua tesi di laurea intitolata La pittura italiana contemporanea, dedicata ai pittori italiani del primo Novecento con particolare predilezione per Giorgio Morandi, Filippo de Pisis e Carlo Carrà.

Durante i concitati mesi successivi all'armistizio dell'8 settembre 1943, mentre fuggiva da Bologna verso la campagna di Casarsa della Delizia con la borsa colma di manoscritti, il testo della tesi andò misteriosamente e irrimediabilmente smarrito durante un bombardamento o un controllo ferroviario.

Invece di scoraggiarsi, Pasolini compì una svolta geniale: non potendo più pubblicare quel testo, decise di trasformare la pittura in scrittura e cinema. Come confesserà anni dopo lo stesso autore, tutte le descrizioni di corpi, luci e paesaggi dei suoi romanzi romani e le composizioni figurative delle sue inquadrature cinematografiche non furono altro che il tentativo poetico e ostinato di riscrivere, per tutta la vita, quella tesi di laurea in storia dell'arte perduta tra le macerie della guerra a Bologna.

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