Luigi Zamboni: La Congiura Giacobina Del 1794, La Genesi Della Coccarda Tricolore E L'Alba Rivoluzionaria a Bologna
L’agonia dell’Antico Regime sotto l’ombra di San Petronio
Per comprendere l'audacia e la disperazione del piano concepito dallo studente ventiduenne Luigi Zamboni e dal compagno piemontese Giovanni Battista De Rolandis, è necessario immergersi nella Bologna di fine Settecento: una metropoli aristocratica, seconda città dello Stato Pontificio per popolazione e prestigio, ma retta da un complicato e fragile equilibrio istituzionale. La città viveva sotto il regime del cosiddetto «governo misto», un diarchico patto di potere siglato nel Cinquecento tra il Cardinal Legato, emanazione diretta del Papa da Roma, e l’oligarchia senatoria locale, composta da quaranta famiglie patrizie gelose dei propri privilegi fiscali e giurisdizionali.
Tuttavia, all'inizio degli anni Novanta del XVIII secolo, le crepe di questa struttura feudale erano ormai insanabili. Le campagne emiliane erano sfinite da annate agricole disastrose; i prezzi del grano e della farina erano saliti alle stelle, spingendo la plebe urbana e i braccianti al limite della sussistenza. Nelle botteghe artigiane e negli studi professionali della borghesia nascente montava la rabbia contro un sistema fiscale parassitario, che esentava i latifondi nobiliari e le proprietà ecclesiastiche riversando l'intero carico tributario sui ceti produttivi.
A questo malessere economico si sommava l'onda d'urto della Rivoluzione Francese. Nonostante la ferrea censura ecclesiastica, le perquisizioni del Sant'Uffizio e il controllo minuzioso delle poste, i pamphlet rivoluzionari, le copie della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino e i resoconti delle assemblee parigine filtravano clandestinamente attraverso i confini appenninici. Il cuore pulsante di questa dissidenza sotterranea era l'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, dove generazioni di studenti di legge, medicina e teologia leggevano Rousseau, Voltaire e Montesquieu, sognando la fine dell'assolutismo pontificio e la rinascita di una patria libera e sovrana.
La notte dell’insurrezione: manifesti, coccarde e silenzio
Luigi Zamboni non era un teorico astratto, ma un giovane infiammato da un titanismo politico che rasentava l’incoscienza. Figlio di un modesto mercante di canapa, Zamboni aveva intrapreso viaggi di studio e commercio a Marsiglia e a Roma, dove era entrato in contatto con gli ambienti repubblicani filofrancesi. Rientrato a Bologna, trovò un alleato ideale in Giovanni Battista De Rolandis, brillante studente di teologia originario di Castell'Alfero d'Asti, allievo del prestigioso Collegio di Spagna.
Insieme a pochi compagni fidati — tra cui Antonio Succi, Angelo Sassoli e Camillo Mignani — i due idearono un piano tanto audace quanto militarmente fragile. Nella loro visione, Bologna non doveva attendere passivamente l'arrivo dell'armata rivoluzionaria francese d'oltralpe: doveva liberarsi da sola, dimostrando al mondo che il popolo italiano era pronto per la libertà repubblicana.
Per mobilitare la folla, occorreva un simbolo distintivo. Fu la madre di Luigi, Brigida Borghi Zamboni, donna di straordinario coraggio e devozione libertaria, a cucire insieme alla zia materna le prime coccarde tricolori: un disco di seta che fondeva il bianco e il rosso dell'araldica municipale di Bologna con una fascia verde, simbolo programmatico di speranza e rinnovamento della nazione.
La notte tra il 13 e il 14 novembre 1794, armati di pistole e sciabole, i congiurati entrarono in azione. Il piano prevedeva di disarmare le sentinelle pontificie alla guardia di Porta San Mamolo e Porta Castiglione, assaltare i corpi di guardia, impadronirsi dei cannoni e distribuire alla popolazione migliaia di volantini rivoluzionari stampati in segreto. I manifesti arringavano:
«Popolo di Bologna! Il giorno della libertà è giunto. Scuoti il giogo della tirannide che da secoli ti opprime, indossa la coccarda della rigenerazione e rivendica i tuoi diritti di cittadini liberi!»
Ma la risposta della città fu raggelante. La plebe minuta, spaventata dalla possibile repressione e legata da secoli di devozione devota alla figura del cardinale arcivescovo Andrea Gioannetti, non si mosse. Nessuna barricata si alzò; le finestre rimasero sbarrate lungo i portici. Con le pattuglie pontificie allertate e le porte cittadine serrate, ai congiurati non rimase che la fuga precipitosa attraverso la campagna nella speranza di raggiungere il Granducato di Toscana e poi il porto neutrale di Livorno.
La caccia all'uomo fu spietata: traditi da alcuni contadini nei pressi di Covigliaio, sull'Appennino tosco-emiliano, Zamboni e De Rolandis furono catturati dagli sbirri pontifici, incatenati e ricondotti a Bologna sotto scorta armata.
L’inferno del Torrone e la morte misteriosa
I prigionieri furono rinchiusi nelle carceri del Torrone, il monumentale complesso carcerario situato all'interno di Palazzo d'Accursio, sede del governo cittadino. Per piegare la resistenza psicologica dei congiurati e scoprire l'intera rete della presunta cospirazione giacobina, il tribunale dell'Inquisizione e il Magistrato del Torrone ordinarono l'immediata applicazione del regime di massimo rigore.
Zamboni fu gettato nell'orribile cella sotterranea denominata popolarmente l'Inferno: un antro umido, privo di luce naturale, dove i detenuti venivano legati a pesanti anelli di ferro murati nella pietra. Nei mesi successivi, tra interrogatori estenuanti e torture fisiche, la determinazione del giovane non vacillò. Zamboni difese i compagni e rivendicò la totale paternità politica dell'atto insurrezionale, rifiutando di abiurare i principi di libertà. Anche la madre, Brigida Borghi, venne arrestata e torturata affinché confessasse la fabbricazione delle coccarde.
La notte tra il 17 e il 18 agosto 1795, la vicenda assunse i contorni della tragedia e del giallo storico. Luigi Zamboni fu trovato senza vita all'interno della sua cella, impiccato a un gancio con una corda rudimentale ricavata da strisce di lenzuola. Le autorità pontificie liquidarono rapidamente l'evento come un suicidio dettato dal rimorso e dalla disperazione. Tuttavia, l'autopsia d'epoca e le testimonianze successive sollevarono dubbi inquietanti: le ecchimosi sul collo, la posizione innaturale del corpo e il terrore del tribunale che il giovane potesse trasformare il processo pubblico in una tribuna d'accusa contro il Papa alimentarono la convinzione unanime che Zamboni fosse stato strangolato dai suoi carcerieri su ordine superiore.
Il processo si concluse con una sentenza inflessibile. Il cadavere di Zamboni fu simbolicamente condannato alla forca; per De Rolandis non vi fu alcuna pietà. Il 23 aprile 1796, sul patibolo eretto nella piazza del Mercato (l'attuale Parco della Montagnola), Giovanni Battista De Rolandis salì i gradini della forca con intrepida dignità, rifiutando l'assoluzione religiosa subordinata al pentimento politico. I corpi dei due martiri furono sepolti nella fossa comune sconsacrata ai piedi della collina della Certosa.
La resurrezione napoleonica e la nascita del mito laico
La vendetta dell'Antico Regime durò meno di due mesi. Nel giugno del 1796, le truppe dell'Armata d'Italia guidate da Napoleone Bonaparte entrarono trionfalmente a Bologna, ponendo fine per sempre al dominio pontificio e istituendo la Repubblica Cispadana.
Informato del sacrificio dei due studenti, Bonaparte comprese immediatamente l'immenso valore simbolico della loro memoria per cementare il consenso della gioventù repubblicana e legittimare il nuovo ordine politico. Il generale corso ordinò la solenne riabilitazione civile di Zamboni e De Rolandis.
L'apice di questa consacrazione avvenne l'8 luglio 1798, in occasione della monumentale Festa della Federazione. I resti di Zamboni e De Rolandis furono esumati, collocati in urne decorate e scortati da un corteo trionfale di decine di migliaia di cittadini, magistrati e soldati fino alla sommità della Montagnola. Lì, in un grandioso pantheon temporaneo in stile neoclassico progettato dagli architetti repubblicani, le loro ceneri furono venerate come quelle dei primi protomartiri dell'indipendenza e dell'unità d'Italia.
La dettagliata voce biografica su Luigi Zamboni nel Dizionario Biografico Treccani evidenzia come questo momento abbia segnato il definitivo passaggio della figura di Zamboni dalla cronaca criminale pontificia all'epica risorgimentale. Parallelamente, gli storici del Museo Civico del Risorgimento di Bologna hanno documentato la complessa genesi dei reperti processuali e delle coccarde superstiti.
Il patrimonio visibile oggi: una guida per il detective storico
Chi cammina oggi per Bologna può ripercorrere le orme materiali della congiura del 1794 attraverso monumenti, piazze e archivi che conservano intatta la memoria di quegli eventi:
- Palazzo d'Accursio e la Torre dell'Orologio (Piazza Maggiore): All'interno del complesso municipale, le sale che ospitarono il tribunale criminale del Torrone testimoniano i luoghi della prigionia. Nel cortile d'onore e negli scaloni d'accesso si percepisce la severità dell'apparato giudiziario pontificio.
- Parco della Montagnola: Il giardino pubblico più antico di Bologna fu il teatro dell'esecuzione capitale di De Rolandis e della successiva apoteosi repubblicana. All'interno del parco e lungo la scenografica scalinata del Pincio bolognese, epigrafi e monumenti ricordano il sacrificio dei martiri del 1794 e i successivi moti risorgimentali del 1848.
- Via Zamboni (già Strada San Donato): L'asse viario maestro che collega le Due Torri con Piazza Verdi e la zona universitaria fu ribattezzato in onore del giovane martire nel XIX secolo, trasformando l'antico tracciato nobiliare nella strada simbolo della libertà intellettuale e dello scontro politico studentesco.
- Il Museo Civico del Risorgimento (Piazza Carducci e Certosa): Il museo civico e il monumentale Cimitero della Certosa conservano cimeli inestimabili: dalle stampe originali dei bandi inquisitori pontifici fino ai memoriali e ai saggi storici che ricostruirono l'odissea della famiglia Borghi-Zamboni.
- La lapide al Collegio di Spagna (Via Collegio di Spagna): L'antico collegio fondato dal cardinale Albornoz nel XIV secolo, dove De Rolandis visse e studiò, conserva la memoria del giovane teologo piemontese che scelse la forca pur di non tradire l'ideale della fratellanza universale, come approfondito nel profilo di Giovanni Battista De Rolandis su Treccani.
Personaggi e storie umane: la fierezza indomita di Brigida Borghi
Dietro i proclami politici e le ricostruzioni delle battaglie, la congiura del 1794 racchiude una delle saghe umane più strazianti della storia bolognese. La vera eroina morale della vicenda fu Brigida Borghi Zamboni.
Mentre molti borghesi benpensanti presero le distanze dai ribelli non appena il moto fallì, Brigida non tremò di fronte agli sgherri pontifici. Sottoposta alla tortura della corda e rinchiusa nelle prigioni ecclesiastiche, la donna difese l'onore del figlio fino all'estremo. Quando i giudici le intimarono di riconoscere i nastri sequestrati nella sua abitazione, rispose senza esitazione:
«Ho cucito quei nastri con il filo della mia anima perché credo nella dignità di mio figlio e nella fine delle vostre catene.»
Sopravvissuta al carcere e alla devastazione della propria famiglia, Brigida vide la liberazione napoleonica del 1796. All'anziana madre fu riconosciuta una pensione civica di benemerenza dalla neonata municipalità repubblicana, e durante la cerimonia trionfale della Montagnola fu acclamata dalla folla come la «Madre della Patria bolognese». La sua figura incarna la precoce partecipazione femminile alla genesi del patriottismo risorgimentale, un ruolo che per decenni la storiografia accademica tradizionale aveva relegato ai margini.
Risonanza contemporanea: l'anima ribelle di Via Zamboni
Oggi, Via Zamboni non è soltanto un toponimo su una targa di marmo all'angolo con Piazza di Porta Ravegnana. È l'arteria vitale, rumorosa e perennemente in fermento della cultura universitaria europea. Lungo i suoi portici secolari, tra le aule di Palazzo Poggi, il Teatro Comunale e Piazza Verdi, generazioni di studenti continuano a incontrarsi, discutere, contestare e produrre pensiero critico.
La congiura del 1794 ha infuso nella genetica della città una precisa vocazione: l'università come spazio non addomesticabile di libertà civile. Quando a Bologna nascono movimenti di protesta per i diritti sociali, la pace o l'accesso allo studio, il corteo imbocca inevitabilmente Via Zamboni. C'è un filo rosso invisibile — o meglio, tricolore — che unisce i giovani che nel 1794 leggevano clandestinamente pamphlet libertari al lume di candela e gli universitari del XXI secolo che affollano le aule studio e i collettivi dell'Ateneo.
Inoltre, la figura di Zamboni e De Rolandis è al centro di una delle più affascinanti dispute storiche e identitarie d'Italia: la paternità del Tricolore nazionale. Se la storiografia ufficiale ha consacrato il Congresso di Reggio Emilia del 7 gennaio 1797 come data istituzionale della bandiera cispadana, è ormai storicamente e filologicamente accertato che la combinazione dei colori verde, bianco e rosso fu ideata e materialmente indossata per la prima volta a Bologna due anni prima, nel novembre 1794. La coccarda bolognese non fu dunque un mero adattamento provinciale del modello francese, ma un atto creativo autonomo, scaturito dalla fusione identitaria tra l'araldica municipale felsinea e la speranza universale di rigenerazione.
Il Fatto Sorprendente: Il mistero delle ossa perdute e la seta del Tricolore
Un dettaglio storico poco noto riguarda il destino dei resti mortali di Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis dopo l'epopea napoleonica.
Durante la Restaurazione pontificia del 1815, le autorità ecclesiastiche e i restaurati governanti austriaci cercarono di cancellare ogni traccia del culto repubblicano. Il tempio neoclassico della Montagnola fu demolito e le urne contenenti le ceneri dei due congiurati furono rimosse in segreto per impedire pellegrinaggi patriottici clandestini. I teschi dei due martiri furono a lungo considerati dispersi, finché nel tardo Ottocento vennero miracolosamente identificati e collocati in un monumento onorario presso la Certosa cittadina.
Ma la sorpresa più suggestiva riguarda le famose coccarde di seta: le perizie chimiche e conservative condotte nel Novecento sui frammenti tessili superstiti conservati nei musei civici hanno rivelato che il verde utilizzato da Brigida Borghi non proveniva da tinture industriali francesi, bensì da una specifica mescola artigianale a base di guado e reseda tipica delle botteghe dei tintori di canapa della pianura bolognese. Il Tricolore italiano, dunque, è nato letteralmente dalla terra e dal lavoro degli artigiani emiliani. Per approfondire la genesi della bandiera, è possibile consultare la documentazione enciclopedica su Wikipedia it.