Alfonso Rubbiani: Il Restauro Filologico Di Fine Ottocento, L'Aemilia Ars E La Riscrittura Monumentale Del Medioevo Bolognese
Una sottile polvere di calce e laterizio si libra nell'aria umida di una mattina d'autunno del 1886 in piazza Malpighi. Tra le impalcature di legno che avvolgono l'abside solenne della Basilica di San Francesco, un uomo dalla corporatura asciutta, con una barba folta e scura e gli occhi febbrili di chi scruta oltre la materia visibile, osserva il piccone dei muratori incidere le tamponature secentesche. Si chiama Alfonso Rubbiani. Non possiede una laurea in architettura né un titolo accademico in ingegneria civile; è un giornalista, un polemista cattolico e un appassionato autodidatta della storia cittadina. Eppure, in quell'istante preciso, mentre un frammento di cotto duecentesco riemerge dal buio dell'oblio, nella sua mente si sta compiendo una rivoluzione: Bologna non deve semplicemente conservare i propri ruderi superstiti, deve rinascere. Quello che per i tecnici municipali è un cantiere di sgombero e consolidamento, per Rubbiani è un atto di evocazione spirituale, l'inizio di una titanica opera di riscrittura urbana che plasmerà per sempre il volto, il mito e l'identità visiva della città felsinea.
1. La cittĂ ferita e la battaglia per la memoria: il contesto post-unitario
All'indomani dell'UnitĂ d'Italia, Bologna visse una stagione di tumultuosa e traumatica modernizzazione. L'ambizione di trasformare l'antico centro pontificio in un dinamico snodo ferroviario e commerciale borghese spinse la classe dirigente liberale a intraprendere imponenti interventi di sventramento viario e rinnovamento edilizio. L'apertura della monumentale via Indipendenza, il rettifilo di via Rizzoli e, soprattutto, l'avvio della demolizione della cerchia muraria trecentesca tra il 1902 e il 1906 rappresentavano il tributo pagato al mito del progresso igienista e alla viabilitĂ moderna. Interi quartieri medievali, caratterizzati da vicoli angusti, portici lignei e stratificazioni secolari, venivano rasi al suolo per fare spazio a palazzi eclettici di gusto umbertino e ampie piazze lastricate.
In questo clima di frenesia demolitrice, Bologna divenne il laboratorio di uno dei più accesi dibattiti culturali d'Europa. Lo scontro teorico vedeva contrapposte tre visioni inconciliabili dell'architettura e del tempo storico: * La dottrina del restauro stilistico teorizzata in Francia da Eugène Viollet-le-Duc, fondata sul principio secondo cui «restaurare un edificio non è mantenerlo, ripararlo o rifarlo, è ristabilirlo in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un dato momento». * L'intransigente anti-interventismo etico dell'inglese John Ruskin, secondo cui ogni restauro materiale equivale a una distruzione menzognera, poiché la nobiltà del monumento risiede nella patina del tempo e nella sua caducità . * La via mediana del restauro filologico promossa dall'architetto e teorico Camillo Boito, sostenitore della leggibilità degli interventi contemporanei e del rispetto per tutte le stratificazioni storiche dell'edificio.
Consapevole che l'isolamento individuale non avrebbe fermato le ruspe del Comune, Rubbiani fondò nel 1899, insieme a un gruppo di intellettuali, nobili illuminati e artisti, il celebre Comitato per Bologna Storica e Artistica. Come documentato nelle biografie dedicate all'architetto nel Dizionario Biografico Treccani, il Comitato si trasformò in una formidabile trincea civica: non un consesso di nostalgici reazionari, ma un centro d'azione militante capace di contrapporre alle logiche speculative un'idea organica di tutela paesaggistica, recupero filologico e valorizzazione delle arti tradizionali.
2. I grandi cantieri: tra scavo documentario e invenzione romantica
L'attività operativa di Rubbiani si sviluppò attraverso una serie di cantieri monumentali che riscrissero la fisionomia del cuore cittadino. Il suo metodo di lavoro era un ibrido singolare: da un lato conduceva scrupolosi scavi d'archivio, rilievi metrici e saggi stratigrafici alla ricerca di tracce superstiti dell'assetto due-trecentesco; dall'altro, non esitava a colmare le lacune documentarie con una fervida immaginazione analogica, reinventando elementi decorativi "in stile".
Il cantiere simbolo: Palazzo Re Enzo (1905–1910)
Sede della prigionia del re Enzo di Sardegna dopo la battaglia di Fossalta del 1249, il palazzo era ridotto a un complesso degradato e informe, inglobato da botteghe artigiane, stalle e tamponature barocche. Rubbiani intraprese una monumentale opera di liberazione: 1. Demolizione selettiva: Furono abbattute le superfetazioni moderne che ostruivano il loggiato e i ballatoi. 2. Ripristino delle merlature: Furono ricostruiti i merli ghibellini a coda di rondine sulla sommità dell'edificio, basandosi su frammenti murari e miniature medievali, ma conferendo loro una regolarità geometrica ideale. 3. La scala coperta e il ballatoio: Ispirandosi a modelli comunali toscani e umbri, Rubbiani progettò ex novo lo scalone d'accesso in pietra e cotto coperto da tettoia lignea, elemento cardine dell'odierna scenografia di piazza Nettuno. 4. Il Salone del Podestà : Gli interni furono restaurati e affidati alle maestranze dell'Aemilia Ars per una decorazione murale basata sull'araldica storica delle famiglie bolognesi.
La rinascita della Basilica di San Francesco
Trasformata in caserma e magazzino militare durante le soppressioni napoleoniche, la chiesa conventuale versava in condizioni disastrose. Rubbiani, in stretta sinergia con la comunitĂ cattolica, promosse il recupero integrale del tempio: * Le nove cappelle radiali: Ricostruite sull'impronta delle fondazioni originali del XIV secolo, furono coronate da archi rampanti e pinnacoli di sapore transalpino. * Le terrecotte policrome: Furono modellate e cotte riproducendo gli impasti argillosi delle fornaci medievali emiliane. * Le Tombe dei Glossatori: I monumenti funebri pensili di Accursio, Odofredo e Rolandino de' Romanzi, che costeggiano l'abside in piazza Malpighi, furono restaurati e ricomposti, restituendo alla cittĂ il simbolo visivo dell'antico legame tra il Comune e lo Studium universitario.
Il Palazzo dei Notai e la Casa dei Carracci
Nel Palazzo dei Notai (1906–1908), affacciato su piazza Maggiore accanto a San Petronio, Rubbiani eliminò le finestre rettangolari moderne per ripristinare le eleganti trifore gotiche duecentesche con colonnine in marmo. Nelle residenze private, come la cosiddetta Casa dei Carracci in via Mascarella o Casa Reggiani, intervenne con la tecnica dello sgraffito, le decorazioni araldiche a fresco e l'inserimento di ferri battuti d'arte, definendo quello che divenne universalmente noto come lo "stile Rubbiani".
3. L'Officina dell'Aemilia Ars (1898): il Rinascimento delle arti applicate
Per Rubbiani il restauro architettonico non poteva rimanere confinato all'involucro murario; necessitava di un'anima artigianale viva. Nel 1898, insieme all'architetto Edoardo Collamarini e a un gruppo di artisti locali, fondò la società cooperativa Aemilia Ars, ispirandosi direttamente al movimento inglese Arts and Crafts di William Morris e John Ruskin, mediato attraverso le novità dell'Art Nouveau europea.
L'obiettivo dell'Aemilia Ars era sanare la frattura tra arte pura e mestiere manuale, restituendo dignità all'artigianato locale attraverso quattro direttrici fondamentali: * I ferri battuti e i bronzi: Sotto la guida del maestro ferraio Giuseppe De Col, vennero forgiati lampioni da parete, draghi di gronda, battagli, anelli portatorce e inferriate con motivi floreali e zoomorfi di straordinaria perizia tecnica. * La pittura murale e l'illustrazione grafica: Maestri come Achille Casanova e Alfredo Baruffi decorarono interni civili e religiosi con motivi araldici, racemi d'acanto, cieli stellati e fregi neomedievali, collaborando parallelamente all'editoria d'arte. * I merletti e il ricamo ad ago: Grazie all'impegno sociale della contessa Lina Bianconcini Cavazza, la cooperativa recuperò l'antica tradizione del merletto ad ago (il "punto a reticella" e il "punto aria"), creando un circuito produttivo che diede indipendenza economica e riscatto sociale a centinaia di donne dei ceti popolari bolognesi. * Le ceramiche e i laterizi d'arte: Formelle, ghiere per archi e stemmi in terracotta invetriata venivano realizzati con argille locali, ripristinando la cromia calda che da sempre definiva la "Bologna la Rossa".
4. Un uomo controcorrente: la vicenda umana e intellettuale
Alfonso Rubbiani nacque a Bologna nel 1848 in una famiglia di modeste condizioni. Avviato agli studi notarili, abbandonò presto il percorso giuridico per dedicarsi al giornalismo politico e alla critica d'arte sulle colonne di periodici cattolici come L'Ancora e La Patria. Intellettuale non allineato, cattolico intransigente e al contempo animato da una forte sensibilità sociale verso le classi lavoratrici, vedeva nel Medioevo comunale non un'epoca buia e barbarica, ma il momento storico di massima armonia civile, spirituale e corporativa.
La sua figura fu costantemente al centro di furiose polemiche. Mentre la cittadinanza lo acclamava per aver restituito a Bologna i suoi simboli civici, gli accademici e gli storici dell'arte dell'epoca — primo fra tutti Francesco Malaguzzi Valeri e il Soprintendente Corrado Ricci — lo accusarono a più riprese di dilettantismo archeologico e di aver prodotto "falsi storici".
Rubbiani rispondeva con veemenza che l'architettura è un organismo vivo:
«La pietà per le vecchie pietre non consiste nell'imbalsamare un cadavere, ma nel riaccendere la fiamma dello spirito che le ha generate».
Consumato dalla fatica dei cantieri e dalle continue diatribe burocratiche, Rubbiani si spense nel 1913. I suoi funerali videro una straordinaria partecipazione popolare, a testimonianza di quanto la sua visione avesse toccato il cuore dell'identità cittadina. La sua figura è oggi ampiamente documentata negli archivi del Portale Storia e Memoria di Bologna e negli studi storici promossi dall'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna.
5. Il detective storico a Bologna: guida al patrimonio visibile oggi
Per il visitatore e lo studioso contemporaneo, il centro storico di Bologna rappresenta un museo a cielo aperto in cui l'autenticitĂ medievale e l'invenzione rubbianesca convivono in un intreccio indissolubile. Ecco un itinerario dettagliato per decifrare i segni del suo lavoro:
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Piazza del Nettuno e Piazza Maggiore: * Cosa cercare: Posizionatevi di fronte a Palazzo Re Enzo. Osservate la regolarità perfetta dei merli ghibellini superiori e la loggia della scala coperta. Notate i doccioni in ferro battuto a forma di draghi alati e mostri marini: sono tutte creazioni forgiate dall'Aemilia Ars tra il 1905 e il 1910. * Palazzo dei Notai: Guardate le tre trifore del piano nobile. La precisione millimetrica della stilatura dei giunti di malta tra i mattoni è il marchio di fabbrica della squadra di muratori specializzati formata da Rubbiani.
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Piazza San Francesco e Piazza Malpighi: * Cosa cercare: Ammirate l'abside gotica della Basilica di San Francesco. Le nove cappelle che si aprono a raggiera e i loro sottili archi rampanti in cotto sono la reinvenzione neogotica rubbianesca che ha sanato le mutilazioni militari settecentesche. * Le Tombe dei Glossatori: I baldacchini piramidali in cotto e marmo che custodiscono le spoglie dei maestri del diritto medievale furono smontati, consolidati e reintegrati con tessere decorative modellate su disegni di Rubbiani.
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Piazza della Mercanzia e Via Santo Stefano: * Cosa cercare: Il Palazzo della Mercanzia, sede storica della corporazione mercantile e oggi della Camera di Commercio. Rubbiani ripristinò il caratteristico baldacchino marmoreo centrale aggettante e integrò le terrecotte decorative della facciata con stemmi e motivi floreali.
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Via Mascarella e l'Edilizia Privata: * Cosa cercare: Alla cosiddetta Casa dei Carracci (via Mascarella 63-65), osservate il paramento murario decorato a finto sgraffito e le splendide inferriate forgiate a mano, testimonianza dell'applicazione del gusto Aemilia Ars all'edilizia residenziale.
Per consultare l'elenco completo delle architetture e dei monumenti tutelati, è possibile fare riferimento alla voce monografica su Alfonso Rubbiani su Wikipedia.
6. Risonanza contemporanea: l'anima della cittĂ turrita e i portici UNESCO
L'ereditĂ di Alfonso Rubbiani trascende il puro dato filologico e investe il modo stesso in cui Bologna percepisce il proprio spazio pubblico. Senza la sua vigorosa opposizione agli sventramenti indiscriminati di fine Ottocento, il centro storico bolognese avrebbe probabilmente subito la sorte di molte altre cittĂ europee, sventrate dall'haussmannizzazione borghese e private del loro tessuto connettivo originario.
Nel 2021, quando l'UNESCO ha proclamato i Portici di Bologna Patrimonio Mondiale dell'UmanitĂ (come ufficializzato nel registro del Patrimonio Mondiale UNESCO), la commissione internazionale ha premiato non soltanto l'eccezionalitĂ tipologica di oltre 62 chilometri di camminamenti coperti, ma la loro integritĂ urbanistica e la funzione sociale di "spazio privato a uso pubblico".
Gran parte di quell'integrità visiva e materica che oggi ammiriamo — l'uso coerente del laterizio a vista, il ritmo armonico delle arcate a sesto acuto, le volte a crociera dipinte e i dettagli in ferro forgiato — è il frutto diretto dell'opera di tutela e riscrittura stilistica condotta dalla "Gilda" rubbianesca. Rubbiani non ha semplicemente restaurato la città : ne ha codificato il paesaggio mentale, donando ai bolognesi un Medioevo immaginato e al tempo stesso tangibile, capace di resistere all'usura del tempo e di diventare patrimonio condiviso dell'umanità .
Il Fatto Sorprendente: La finta patina dei secoli e l'invenzione dei graffiti
Durante i restauri di Palazzo Re Enzo e del Palazzo dei Notai, Alfonso Rubbiani e i suoi maestri decoratori (in particolare Achille Casanova) misero a punto una tecnica segreta per "invecchiare" istantaneamente le nuove terrecotte e gli intonaci appena posati.
Per evitare che i mattoni freschi di fornace apparissero stridenti rispetto a quelli duecenteschi autentici, le superfici venivano lavate con una speciale miscela a base di fuliggine, terra d'ombra, polvere di grafite e siero di latte fermentato. Come se non bastasse, per dare l'illusione di una stratificazione storica ininterrotta, gli artigiani incidevano a mano sugli intonaci freschi finti graffiti rinascimentali, date fittizie e monogrammi notarili del Trecento.
Quando la commissione ministeriale visitò il cantiere nel 1908, diversi periti presero quegli intonaci realizzati tre settimane prima per autentiche testimonianze dell'epoca di Federico II. Quello che oggi ammiriamo a Bologna non è un reperto intatto del Duecento, ma un capolavoro di scenografia storica fin-de-siècle: un falso talmente perfetto e colto da essere diventato, a sua volta, un monumento autentico della storia italiana.