Acquedotto Romano Di Bologna: L'Ingegneria Ipogea d'Età Augustea, Il Traforo Del Setta E La Riscoperta Ottocentesca Di Antonio Zannoni
La fiamma della lucerna a olio oscilla nell'aria umida e stagnante, proiettando ombre inquiete contro le pareti curve di arenaria giallastra. Siamo a quasi venti metri sotto il livello del suolo, lungo i fianchi scoscesi della valle dove il torrente Setta si prepara a confluire nel Reno. Il suono è ipnotico, incessante: un ritmo cadenzato di colpi metallici, ferro battuto contro roccia miocenica, accompagnato dal gorgoglio sommesso dell'acqua che trasuda dalle volte e scorre rapida tra le caviglie dei cavatori. Due squadre di fossatores e schiavi specializzati avanzano al buio, scavando in direzioni opposte nel ventre della montagna. Non hanno bussole né strumenti ottici moderni, ma soltanto la precisione implacabile di un filo a piombo, una livella ad acqua in legno e la luce lontana che filtra dall'apertura verticale di un pozzo d'aerazione aperto verso il cielo. Quando l'ultimo diaframma di pietra si sgretola con un tonfo sordo, le luci delle due squadre si incrociano: l'allineamento è perfetto al millimetro. L'aria fredda dell'Appennino attraversa la galleria come un respiro liberatorio. È l'alba di una delle più sbalorditive imprese ingegneristiche dell'antichità, un'arteria ipogea destinata a sopravvivere alla caduta degli imperi, alle invasioni barbariche e all'oblio del Medioevo.
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| PROFILO IDRAULICO SCHEMATICO |
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| Presa subalvea (Fiume Setta) Condotta ipogea (18 km) |
| [Filtrazione naturale in ghiaia] ~~~~~~~~~> [Specus in roccia / Opus Signinum] |
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| Bologna moderna & Terme romane <~~~~~~~~~~~~ Castellum Aquae urbano |
| (Piazza Maggiore / Rete idrica Hera) (Distribuzione a gravità: 0,1%) |
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IL CONTESTO STORICO: L'ORO TRASPARENTE DI BONONIA AUGUSTEA
Alla fine del I secolo a.C., la città di Bononia sta vivendo una metamorfosi radicale. Fondata come insediamento etrusco col nome di Felsina e divenuta colonia di diritto latino nel 189 a.C. lungo il tracciato strategico della Via Emilia, la città si trova al centro di un gigantesco programma di monumentalizzazione voluto dal primo imperatore, Ottaviano Augusto. L'età delle guerre civili è terminata; la Pax Romana richiede che le città dell'Impero non siano più semplici avamposti militari fortificati, ma manifesti tangibili del prestigio, dell'igiene e del lusso civile di Roma.
La popolazione urbana di Bononia cresce rapidamente, superando i ventimila abitanti. Le sobrie domus repubblicane in mattoni crudi lasciano il posto a ricche dimore patrizie pavimentate a mosaico, dotate di giardini colonnati (peristylia) che esigono zampilli continui e vasche ornamentali. Sotto l'egida imperiale, sorgono maestosi complessi termali pubblici nel cuore della città — le cui vestigia monumentali giacciono oggi sotto le fondamenta di Palazzo Albergati e nei pressi di via Carbonara — che necessitano ogni giorno di centinaia di metri cubi d'acqua corrente e cristallina per alimentare caldaria, frigidaria e natationes. I pozzi freatici urbani, scavati nelle alluvioni superficiali del torrente Aposa e del fiume Reno, non sono più sufficienti: l'acqua di falda di pianura è dura, soggetta a inquinamento organico e insufficiente a garantire la pressione necessaria per le grandi fontane pubbliche e gli scarichi fognari continui dei cloacae.
Serve un'opera titanica. Non una semplice deviazione fluviale di superficie, vulnerabile alle piene stagionali, al fango e alle manomissioni belliche, bensì una sorgente perenne di acqua pura, pura come quella che a Roma sgorga dall'Aqua Marcia o dall'Aqua Virgo. I magistrati coloniali e gli ingegneri militari augustei individuano il punto ideale circa venti chilometri a sud-ovest della città, nel bacino fluviale del torrente Setta, nei pressi dell'odierna Sasso Marconi. Lì, tra banchi di ghiaia alluvionale e formazioni rocciose compatte, l'acqua scorre naturalmente filtrata, fredda e priva di detriti. La sfida, tuttavia, appare ai limiti dell'impossibile per l'epoca: trasportare questo flusso costante fino al centro di Bononia superando speroni rocciosi, colline argillose instabili e profondi dislivelli orografici. La decisione imperiale è categorica: l'acquedotto non correrà su maestose arcate aeree esposte alle intemperie, ma viaggerà interamente nascosto nelle viscere della terra.
L'INGEGNERIA IPOGEA: 18 CHILOMETRI NEL CUORE DELL'ARENARIA
L'Acquedotto Romano di Bologna rappresenta uno dei vertici assoluti della tecnologia idraulica antica documentati dall'archeologia moderna. La condotta principale si estende per una lunghezza complessiva di circa 18,5 chilometri, sviluppandosi lungo la riva sinistra del torrente Setta e proseguendo poi lungo la sponda sinistra del fiume Reno fino a raggiungere il margine meridionale della città antica, in corrispondenza dell'attuale Porta San Mamolo e della collina di San Michele in Bosco.
POZZO D'ISPEZIONE (PUTEUS)
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| | (15-20 metri di profondità)
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| SPECUS (Cunicolo) <--- Altezza: 1,50 - 1,80 m
| (Opus Signinum)| Larghezza: 0,60 - 0,80 m
|~~~~~~~~~~~~~~~~~~| <--- Flusso a pelo libero (Pendenza: ~1‰)
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1. La Presa Subalvea e la Filtrazione Naturale
A differenza di molti acquedotti romani che captavano sorgenti di superficie o acque lacustri, l'opera augustea di Bononia utilizza un ingegnoso sistema di galleria di presa subalvea (cuniculus di filtrazione). Scavata direttamente al di sotto del letto del Setta, la galleria riceve l'acqua che percola attraverso banchi profondi di sabbia e ghiaia quarzosa. Questo strato alluvionale funge da gigantesco filtro meccanico permanente, trattenendo qualsiasi impurità solida e restituendo un'acqua definita dalle fonti classiche come aqua viva, di eccezionale limpidezza e a temperatura costante di circa 12 °C durante tutto l'anno.
2. Il Tracciato e lo Scavo per "Putei"
La galleria di scorrimento (specus) è scavata interamente in roccia per oltre l'80% del suo percorso, intagliata nella formazione geologica della Pliocene arenaria (la tipica roccia dorata che caratterizza le prime colline bolognesi). Le dimensioni del condotto sono calibrate per consentire il passaggio di un uomo: un'altezza variabile tra 1,50 e 1,80 metri per una larghezza di 0,60 - 0,80 metri, spesso voltata a botte o rifinita con profilo ogivale per contrastare la spinta laterale delle masse rocciose.
Per realizzare un traforo ipogeo di quasi venti chilometri senza perdere l'orientamento, gli ingegneri romani adottarono il metodo dei pozzi verticali d'ispezione e attacco (putei o lumina). Ogni 30-50 metri lungo la linea di progetto, vennero scavati pozzi verticali che dalla superficie scendevano fino alla quota prefissata del canale (con profondità che in alcuni tratti collinari superano i 20 metri). Questo sistema consentiva vantaggi ingegneristici straordinari: * Attacco simultaneo dei fronti di scavo: centinaia di minatori potevano lavorare contemporaneamente in tratti indipendenti lunghi poche decine di metri, riducendo i tempi di costruzione da decenni a pochi anni. * Ventilazione e illuminazione: i pozzi garantivano il ricambio d'ossigeno indispensabile per gli operai e per le fiamme delle lucerne. * Estrazione del materiale di scarto: migliaia di tonnellate di roccia frantumata venivano sollevate con argani e ceste di cuoio direttamente in superficie. * Controllo topografico millimetrico: calando fili a piombo e traguardando con la groma e il chorobates, i capomastri mantenevano una linea retta e una pendenza costante.
SCHEMA TOPOGRAFICO DELLO SCAVO SIMULTANEO
Puteus A Puteus B Puteus C
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|| ===> <=== || ===> <=== ||
-----------------------------------------------> Direzione del flusso
Incontro dei fronti di scavo
3. La Pendenza Costante e il Rivestimento Idraulico
La pendenza idraulica dell'acquedotto è un autentico miracolo di geodesia antica. Su un dislivello totale di circa 18-20 metri tra l'opera di presa e l'ingresso in città, la condotta mantiene una pendenza media rigorosamente uniforme di circa lo 0,1% - 0,12% (pari a poco più di 1 metro ogni chilometro). Questa pendenza, calcolata con estremo rigore idraulico, impediva all'acqua di raggiungere velocità erosive che avrebbero danneggiato la roccia o le murature, garantendo al contempo un flusso a pelo libero sufficientemente vivace da evitare il deposito di limi o la proliferazione di alghe e batteri.
Nei tratti in cui la roccia arenaria presentava fessurazioni o friabilità, gli operai romani rivestirono le pareti e il fondo del canale con una muratura in mattoni rivestita da un generoso strato di opus signinum (il celebre cocciopesto idraulico). Questa malta impermeabilizzante, ottenuta mescolando calce aerea spenta, polvere finissima di laterizio e pozzolana, reagiva chimicamente a contatto con l'umidità, formando una superficie liscia, vetrificata e assolutamente impermeabile, con i caratteristici raccordi concavi (pulvini) agli angoli inferiori per facilitare lo scorrimento e la pulizia periodica.
Per maggiori approfondimenti scientifici sulle tecniche costruttive delle infrastrutture romane, si possono consultare le raccolte dell'Università di Bologna, da decenni impegnata nello studio dell'archeologia classica del territorio emiliano-romagnolo.
IL MEDIOEVO E LA CONSERVAZIONE DEL FLUSSO INVISIBILE
Con la crisi del tardo impero, le invasioni dei Visigoti e dei Longobardi e il collasso dell'amministrazione municipale romana nel V e VI secolo d.C., la fisionomia urbana di Bologna subì una contrazione drammatica. La città si rimpicciolì dietro la cerchia difensiva delle cosiddette "Mura di Selenite". Le sontuose terme pubbliche vennero abbandonate o spogliate per ricavarne materiale da costruzione; le condutture urbane secondarie in piombo (fistulae aquariae) furono dissotterrate e fuse per forgiare armi o utensili; i bacini di smistamento terminali (castella aquae) caddero in rovina.
Eppure, a differenza degli acquedotti monumentali di Roma, Cartagine o Nîmes — le cui maestose arcate aeree furono distrutte dagli assedianti per assetare le città o crollarono per incuria — l'acquedotto di Bononia possedeva una corazza invincibile: la sua totale invisibilità.
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CRONOLOGIA COMPARATA DELL'OPERA
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Epoca Romana (I sec. a.C. - V sec. d.C.)
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Piena attività urbana: terme, domus, fontane imperiali.
Medioevo ed Età Moderna (VI sec. - XVIII sec.)
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Uso parziale/invisibile: il flusso continua sottoterra, memoria smarrita.
Rinascita Industriale (1881 - Oggi)
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Riscoperta di Zannoni, ripristino igienico, integrazione nella rete HERA.
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Mentre in superficie i campi, i boschi e le vigne cancellavano i sentieri di manutenzione e ostruivano le bocche dei putei con detriti e vegetazione, nelle profondità della terra l'acqua del Setta continuava a scorrere ininterrottamente. Il gradiente idraulico non si era interrotto; l'arenaria aveva retto alle sollecitazioni sismiche e alle infiltrazioni superficiali. Nel Medioevo, la memoria dell'opera si trasformò in leggenda popolare: contadini e mugnai delle colline tra Casalecchio e Sasso Marconi conoscevano l'esistenza di misteriosi "buchi nel terreno" e cunicoli infiniti abitati da spiriti sotterranei o usati come rifugi durante le guerre feudali. Presso alcuni tratti, l'acqua che traboccava da antichi pozzi ostruiti creava sorgenti perenni note col toponimo di "Fontana", ma l'origine e la reale estensione della gigantesca galleria augustea rimasero sepolte sotto secoli di silenzio documentario.
La città medievale e rinascimentale si rivolse ad altri sistemi per il proprio fabbisogno idraulico e produttivo: nacque la complessa rete dei canali artificiali (il Canale di Reno, il Canale di Savena, il Canale Navile e il torrente Aposa), destinata a muovere le ruote idrauliche dei mulini da grano e degli opifici per la filatura della seta, mentre l'acqua potabile continuò a essere attinta da pozzi privati e cisterne comunali. L'acquedotto romano era lì, intatto, a pochi metri sotto i piedi dei mercanti e dei professori dell'Alma Mater Studiorum, in attesa che la scienza moderna ne riscoprisse il prodigio.
ANTONIO ZANNONI: L'INGEGNERE CHE RISVEGLIÒ IL GIGANTE
La risurrezione dell'Acquedotto Romano di Bologna è legata indissolubilmente alla figura eccezionale di un uomo: Antonio Zannoni (1833–1910). Ingegnere capo del Comune di Bologna, architetto e pioniere dell'archeologia scientifica italiana, Zannoni è una personalità titanica del positivismo ottocentesco, capace di coniugare il rigore matematico delle scienze delle costruzioni con una passione febbrile per la topografia antica. La sua biografia completa e l'impatto dei suoi studi sono dettagliati nel monumentale archivio dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani.
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| SCHEDA BIOGRAFICA: ANTONIO ZANNONI (1833 - 1910) |
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| * Ruolo: Ingegnere Capo del Comune di Bologna & Archeologo. |
| * Scoperte: Necropoli etrusca e villanoviana della Certosa (1869). |
| * Impresa: Esplorazione integrale, rilievo e riattivazione dell'Acquedotto |
| Romano Ipogeo del Setta (1870-1881). |
| * Motto operativo: "Unire la salvaguardia dell'antico al progresso igienico|
| della metropoli contemporanea". |
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Nella seconda metà dell'Ottocento, Bologna affronta una crisi igienico-sanitaria drammatica. Le epidemie ricorrenti di colera e tifo falcidiano la popolazione dei quartieri popolari; le falde idriche superficiali del centro storico sono gravemente contaminate dalle latrine e dagli scarichi industriali. La città ha un disperato bisogno di un acquedotto moderno che porti acqua potabile pura e abbondante. I progetti presentati da varie cordate private prevedono costi astronomici: costruire invasi artificiali sull'Appennino o installare gigantesche pompe a vapore per sollevare l'acqua del Reno.
Zannoni intuisce un'altra strada, quasi inconcepibile per i suoi contemporanei. Guidato da frammenti di epigrafi romane, toponimi rurali e resoconti orali di contadini, ipotizza che la leggendaria condotta di Augusto sia ancora integra nel sottosuolo.
Tra il 1870 e il 1878, Zannoni dà inizio a un'epopea esplorativa che ricorda i romanzi d'avventura di Jules Verne. Calandosi con corde di canapa e scale a pioli nei pozzi verticali soffocati da rovi e detriti, l'ingegnere penetra nella galleria romana. Per mesi e mesi, insieme a pochi fidati operai e assistenti, Zannoni striscia nel fango, immerso fino alla cintola nell'acqua gelida, respirando con difficoltà l'aria viziata dei cunicoli. Con sé porta soltanto candele di cera, teodoliti speciali per ambienti confinati e taccuini impermeabili.
IL RILIEVO DI ZANNONI NEL CUNICOLO (1875)
[Parete rocciosa]
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v
+------------+ <--- Volta naturale intagliata
| (O) (O) | Fossatores romani (I sec. a.C.)
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| --- | <--- Zannoni con candela e teodolite
| / | \ | Rilievo quota altimetrica (1875)
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| ~~~~~~~~~~ | <--- Acqua sorgiva a 12°C
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L'ingegnere esegue il rilievo geometrico, topografico e geologico di ogni singolo metro della condotta per tutti i suoi 18 chilometri. La sua relazione tecnica lascia ammirata la comunità scientifica europea: l'acquedotto non soltanto è integro per la quasi totalità del percorso, ma la muratura in opus signinum conserva intatta la propria capacità idraulica, e la portata naturale della galleria di presa supera i 300 litri d'acqua al secondo di acqua purissima.
Zannoni convince il Consiglio Comunale a non spendere milioni per un'opera nuova, ma a finanziare il restauro del condotto antico. Con interventi chirurgici di pulizia dai detriti calcarei, consolidamento di poche centinaia di metri di volta franata e l'installazione di una moderna vasca di carico e decantazione a Casalecchio di Reno, l'antico acquedotto augusteo viene riconnesso alla città.
Il 5 giugno 1881, in occasione della solenne Esposizione Nazionale di Belle Arti e Industria, Bologna assiste a un evento memorabile. Davanti a una folla oceanica riunita in Piazza Maggiore, la monumentale Fontana del Nettuno — il capolavoro cinquecentesco del Giambologna che da decenni riceveva soltanto un modesto getto d'acqua salmastra — esplode improvvisamente verso il cielo con getti vigorosi e altissimi di acqua purissima, spinta dalla pressione naturale dell'acquedotto di Augusto restaurato da Zannoni. Fu il trionfo della scienza archeologica applicata al progresso civile.
IL PATRIMONIO VISIBILE OGGI: GUIDA PER L'ESPLORATORE URBANO
Per chi visita Bologna e il suo territorio metropolitano oggi, l'Acquedotto Romano non è un'astrazione museale, ma una realtà fisica tangibile. Trasformandosi in detective storici, è possibile seguire l'itinerario dell'acqua attraverso luoghi di straordinario fascino architettonico e paesaggistico:
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| MAPPA DELL'ITINERARIO ARCHEOLOGICO & IDRAULICO |
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| [1] SASSO MARCONI ==> Presa subalvea e cunicoli nella roccia |
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| [2] PARCO DELLA CHIUSA ==> Pozzi d'ispezione (Putei) e tracciato collinare |
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| [3] CASALECCHIO DI RENO ==> Vasche di decantazione e partitore ottocentesco |
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| [4] BAGNI DI MARIO ==> Conserva di Valverde (Cisterna rinascimentale) |
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| [5] PIAZZA MAGGIORE ==> Fontana del Nettuno & Museo Civico Archeologico |
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1. La Valle del Setta e la Rupe di Sasso Marconi
Nel territorio di Sasso Marconi, lungo la statale Porrettana nei pressi della confluenza del Setta nel Reno, si trovano le opere di presa originali. Lungo le sponde fluviali e nei sentieri escursionistici adiacenti sono ancora visibili gli accessi ad arco ad alcune gallerie di derivazione romane e i manufatti in pietra squadrata riadattati nell'Ottocento da Zannoni. Informazioni sulle visite guidate e gli itinerari del territorio sono consultabili sul portale istituzionale di promozione turistica Bologna Welcome.
2. Il Parco della Chiusa (Ex Parco Talon) a Casalecchio di Reno
Camminando lungo i sentieri del Parco della Chiusa, sulla riva sinistra del Reno, lo sguardo attento può scorgere piccole torrette cilindriche in muratura e tombini storici in ghisa con lo stemma del Comune di Bologna: sono le coperture protettive dei putei romani ripristinati da Zannoni. Qui la galleria corre circa 15-20 metri sotto le radici dei lecci e dei pioppi secolari.
3. I "Bagni di Mario" (La Conserva di Valverde)
Situata in via Bagni di Mario, nel cuore del quartiere collinare a sud del centro storico, questa monumentale cisterna sotterranea a pianta ottagonale fu costruita nel 1563 dall'architetto palermitano Tommaso Laureti. Sebbene per secoli sia stata erroneamente considerata parte dell'acquedotto romano (da cui il nome popolare "Bagni di Mario", credute terme del console romano Gaio Mario), essa fu concepita per raccogliere le acque delle sorgenti collinari di Valverde e Remondato al fine di alimentare la Fontana del Nettuno e l'antico Orto Botanico. Oggi la struttura è visitabile e mostra una sbalorditiva camera ipogea a cupola rinascimentale intagliata nella roccia, che riprende ed echeggia le tecniche idrauliche romane.
4. Il Museo Civico Archeologico di Bologna
Nelle sale dedicate alla Bononia romana del Museo Civico Archeologico, situato in via dell'Archiginnasio a pochi passi da Piazza Maggiore, è custodita la testimonianza materiale della distribuzione idrica urbana: * Tratti di fistulae aquariae in piombo recanti i bolli impressi a caldo con i nomi dei magistrati augustei e dei fabbricanti (plumbarii). * Giunti idraulici in bronzo con valvole d'arresto a maschio perfettamente conservate. * Frammenti di intonaco idraulico in opus signinum e rilievi topografici autografi disegnati da Antonio Zannoni durante le spedizioni di scavo del 1875.
RISONANZA CONTEMPORANEA: L'ACQUA DI AUGUSTO NEI RUBINETTI DEL XXI SECOLO
Qual è l'eredità viva di questo capolavoro bimillenario nella Bologna del XXI secolo? La risposta è sbalorditiva e non ha eguali nella quasi totalità delle metropoli occidentali: l'Acquedotto Romano di Bologna non è un reperto archeologico inerte, ma un'infrastruttura idraulica tuttora attiva, perfettamente funzionante e integrata nella rete idrica cittadina.
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| IMPATTO IDRICO NELLA BOLOGNA CONTEMPORANEA |
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| * Gestore attuale: Gruppo HERA S.p.A. |
| * Portata idrica costante: Circa 100 - 150 litri al secondo. |
| * Consumo energetico di sollevamento: ZERO (funzionamento a pura gravità). |
| * Destinazione: Rete idropotabile metropolitana e fontane monumentali. |
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Gestito oggi dalla multiutility metropolitana Gruppo HERA, l'antico condotto ipogeo continua a convogliare verso la città un flusso costante compreso tra 100 e 150 litri al secondo di acqua sorgiva purissima proveniente dalle falde profonde del Setta. Quando un cittadino bolognese o un viaggiatore apre il rubinetto di casa nel quartiere Santo Stefano o si disseta a una delle tradizionali fontanelle pubbliche in ghisa (le celebri fontanelle con la testa di drago), sta bevendo la medesima acqua che dissetava i legionari di Augusto, i magistrati coloniali e i cittadini di Bononia duemila anni fa.
Questo filo liquido ininterrotto definisce l'anima più autentica di Bologna, storicamente conosciuta come "città delle acque". Sotto i portici dichiarati Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO, non risiede soltanto la memoria intellettuale della più antica università del mondo occidentale, ma scorre un'intelligenza ingegneristica che unisce senza soluzione di continuità la romanità, il razionalismo scientifico ottocentesco e l'ecologia urbana contemporanea.
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| IL FATTO SORPRENDENTE |
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| L'ACQUEDOTTO CHE "FUNZIONA A COSTO ENERGETICO ZERO" GRAZIE AL CHOROBATES |
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| Mentre la stragrande maggioranza degli acquedotti moderni del mondo richiede potenti |
| idrovore ed energivore stazioni di pompaggio elettrico per vincere i dislivelli |
| orografici, l'Acquedotto Romano di Bologna convoglia l'acqua dalle montagne alla città |
| senza spendere un singolo kilowattora di energia. |
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| Tutto si basa sull'incredibile calcolo della pendenza eseguito nel I secolo a.C. con |
| il "chorobates" (una livella lignea lunga 6 metri dotata di scanalatura per l'acqua e |
| quattro fili a piombo descritta da Vitruvio). Gli ingegneri augustei riuscirono a |
| mantenere un dislivello di appena 1 metro ogni 1.000 metri di avanzamento su un |
| tracciato sotterraneo curvo di 18 chilometri. |
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| Quando Antonio Zannoni nel 1881 verificò i dislivelli con i moderni teodoliti ottici |
| di precisione, scoprì che l'errore cumulativo degli ingegneri romani sull'intero |
| percorso era inferiore allo 0,05%: una perfezione trigonometrica che permette |
| ancora oggi all'acqua del Setta di raggiungere Piazza Maggiore sfruttando unicamente |
| l'invisibile, perfetta spinta della gravità terrestre. |
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